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		<title><![CDATA[Unprogged : progressive rock & metal - Nuove Uscite]]></title>
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		<lastBuildDate>Thu, 17 May 2012 21:04:33 GMT</lastBuildDate>
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			<title><![CDATA[Unprogged : progressive rock & metal - Nuove Uscite]]></title>
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		<item>
			<title>(Full / 200X) Bak</title>
			<link>http://www.unprogged.com/showthread.php?t=7381&amp;goto=newpost</link>
			<pubDate>Wed, 16 May 2012 06:58:42 GMT</pubDate>
			<description><![CDATA[Una nuova band di stampo orientaleggiante, dopo i  vari *Orphaned Land, Amaseffer, Myrath*, è prepotentemente emersa. 
I *Bak* sono un particolare e misterioso gruppo Australiano che, come già accennato, si muove su territori progressive metal di gusto prettamente orientale, in maniera molto decisa. 
La voce del cantante somiglia moltissimo a quella di D.Gindenlow, (impressionante la somiglianza sulla traccia Our Time, pensavo davvero fosse Gindenlow in persona a cantare) ma anche la musica non se ne discosta così tanto, sembrando i "*Pain Of Salvation* orientali".

Non si trova quasi niente sul loro conto, sembrano un po' dei fantasmi apparsi dal nulla, eppure questo disco mi sento di consigliarlo a tutti coloro a cui piace la musica senza limiti di nessun genere. Questo Sculpture è un viaggio Oriental Folk/Symphonic Progressive Metal, in cui si alternano tracce strumentali ad altre cantante, sempre abbastanza ispirate e ricche di sfumature, ma soprattutto di atmosfera! 
Nonostante ormai le band di stampo orientale iniziano ad essere diverse, il lavoro dei *BaK* riesce ad essere originale e dinamico.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>Una nuova band di stampo orientaleggiante, dopo i  vari <b>Orphaned Land, Amaseffer, Myrath</b>, è prepotentemente emersa. <br />
I <b>Bak</b> sono un particolare e misterioso gruppo Australiano che, come già accennato, si muove su territori progressive metal di gusto prettamente orientale, in maniera molto decisa. <br />
La voce del cantante somiglia moltissimo a quella di <i>D.Gindenlow</i>, (impressionante la somiglianza sulla traccia <i>Our Time</i>, pensavo davvero fosse <i>Gindenlow</i> in persona a cantare) ma anche la musica non se ne discosta così tanto, sembrando i "<b>Pain Of Salvation</b> orientali".<br />
<br />
Non si trova quasi niente sul loro conto, sembrano un po' dei fantasmi apparsi dal nulla, eppure questo disco mi sento di consigliarlo a tutti coloro a cui piace la musica senza limiti di nessun genere. Questo <i>Sculpture</i> è un viaggio <i>Oriental Folk/Symphonic Progressive Metal</i>, in cui si alternano tracce strumentali ad altre cantante, sempre abbastanza ispirate e ricche di sfumature, ma soprattutto di atmosfera! <br />
Nonostante ormai le band di stampo orientale iniziano ad essere diverse, il lavoro dei <b>BaK</b> riesce ad essere originale e dinamico.</div>

]]></content:encoded>
			<category domain="http://www.unprogged.com/forumdisplay.php?f=29">Nuove Uscite</category>
			<dc:creator>Gabriele Pintaudi</dc:creator>
			<guid isPermaLink="true">http://www.unprogged.com/showthread.php?t=7381</guid>
		</item>
		<item>
			<title>(Full / 200X) Notturno Concertante</title>
			<link>http://www.unprogged.com/showthread.php?t=7380&amp;goto=newpost</link>
			<pubDate>Tue, 15 May 2012 16:46:24 GMT</pubDate>
			<description>In un periodo di ritorni sul mercato da parte di nomi storici o di culto del panorama progressivo italiano non poteva mancare quello del Notturno Concertante, gruppo irpino tra gli artefici più significativi del cosiddetto new prog anni ’80. E lo fa con un disco dopo ben 10 anni di assenza, dove i due fondatori storici, Lucio Lazzaruolo alle chitarra e alle tastiere e Raffaele Villanova alla chitarra si circondano di musicisti davvero abili ad inserirsi nello spettro sonoro fatto di progressive rock, folk e jazz. Canzoni allo specchio è un album brillante, legato all’aspetto acustico tanto caro alla band in cui si fondono strumenti come il sax, il clarinetto, il violino, l’accordion che ampliano le possibilità espressive dei Notturno. Il tutto a favore di una forma-canzone melodica che non rinnega l’amore verso il prog e mostra una certa sensibilità e attenzione per arrangiamenti davvero ben curati. Certo la vena genesisiana è sparita ma probabilmente è meglio così.
Da subito si capisce che la direzione presa è un’altra, con *Ahmed l’ambulante* vicina a certo rock dalle increspature etniche di facile assimilazione ma per nulla scontato. *Young man gone west* è un suggestivo pezzo strumentale in cui emerge con forza il lato acustico del Notturno e la capacità di creare raffinati momenti da soundtrack. In *Come il vento* invece si torna a parlare il linguaggio del rock in maniera diretta ma curata, preludio ad un emozionante versione di *Le anime belle* che appariva già in *The glass tear* del 1994 e che qui assume una nuova e potente dimensione grazie ad un cantante come Giuseppe Relmi e all’utilizzo accorato del violino da parte di Carmine Meluccio . Dal medesimo disco viene pescata *The price of experience* che risulta ancora fresca e intensa, mentre in *Canzone allo specchio* la parte del leone è affidata al sax di Carmine Marra che si produce in un bel solo nella seconda parte del brano, che è anche quella meglio riuscita.* La milonga di Milingo* è uno strumentale di ispirazione brasiliana piuttosto jazzato e di gran gusto a cui fa seguito *Lei vede rosso*, una ballata in cui gli inserti strumentali si fanno sopraffini e vellutati.
Un applauso sincero ad una band che è riuscita a non guardare in maniera nostalgica il passato e a produrre un lavoro sentito e personale in cui i risvolti progressivi vengono amalgamati all’interno delle varie canzoni con quelli etnici, folk, cantautorali e jazz. E che adesso il Notturno non faccia perdere le proprie tracce per un’altra decade.</description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>In un periodo di ritorni sul mercato da parte di nomi storici o di culto del panorama progressivo italiano non poteva mancare quello del Notturno Concertante, gruppo irpino tra gli artefici più significativi del cosiddetto new prog anni ’80. E lo fa con un disco dopo ben 10 anni di assenza, dove i due fondatori storici, Lucio Lazzaruolo alle chitarra e alle tastiere e Raffaele Villanova alla chitarra si circondano di musicisti davvero abili ad inserirsi nello spettro sonoro fatto di progressive rock, folk e jazz. Canzoni allo specchio è un album brillante, legato all’aspetto acustico tanto caro alla band in cui si fondono strumenti come il sax, il clarinetto, il violino, l’accordion che ampliano le possibilità espressive dei Notturno. Il tutto a favore di una forma-canzone melodica che non rinnega l’amore verso il prog e mostra una certa sensibilità e attenzione per arrangiamenti davvero ben curati. Certo la vena genesisiana è sparita ma probabilmente è meglio così.<br />
Da subito si capisce che la direzione presa è un’altra, con <b>Ahmed l’ambulante</b> vicina a certo rock dalle increspature etniche di facile assimilazione ma per nulla scontato. <b>Young man gone west</b> è un suggestivo pezzo strumentale in cui emerge con forza il lato acustico del Notturno e la capacità di creare raffinati momenti da soundtrack. In <b>Come il vento</b> invece si torna a parlare il linguaggio del rock in maniera diretta ma curata, preludio ad un emozionante versione di <b>Le anime belle</b> che appariva già in <b>The glass tear</b> del 1994 e che qui assume una nuova e potente dimensione grazie ad un cantante come Giuseppe Relmi e all’utilizzo accorato del violino da parte di Carmine Meluccio . Dal medesimo disco viene pescata <b>The price of experience</b> che risulta ancora fresca e intensa, mentre in <b>Canzone allo specchio</b> la parte del leone è affidata al sax di Carmine Marra che si produce in un bel solo nella seconda parte del brano, che è anche quella meglio riuscita.<b> La milonga di Milingo</b> è uno strumentale di ispirazione brasiliana piuttosto jazzato e di gran gusto a cui fa seguito <b>Lei vede rosso</b>, una ballata in cui gli inserti strumentali si fanno sopraffini e vellutati.<br />
Un applauso sincero ad una band che è riuscita a non guardare in maniera nostalgica il passato e a produrre un lavoro sentito e personale in cui i risvolti progressivi vengono amalgamati all’interno delle varie canzoni con quelli etnici, folk, cantautorali e jazz. E che adesso il Notturno non faccia perdere le proprie tracce per un’altra decade.</div>

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			<category domain="http://www.unprogged.com/forumdisplay.php?f=29">Nuove Uscite</category>
			<dc:creator>Luigi Cattaneo</dc:creator>
			<guid isPermaLink="true">http://www.unprogged.com/showthread.php?t=7380</guid>
		</item>
		<item>
			<title>(Full / 200X) Evil Wings</title>
			<link>http://www.unprogged.com/showthread.php?t=7374&amp;goto=newpost</link>
			<pubDate>Wed, 09 May 2012 12:27:26 GMT</pubDate>
			<description><![CDATA[C'erano una volta i primi anni '90, quando il progressive metal era ancora agli albori e, sull'onda di quanto tracciato dai *Dream Theater* con l'album d'esordio prima (1989) e con il seminale *Images & Words* poi, si affacciavano al genere decine di band italiane che, nel loro piccolo, aiuteranno il movimento a sviluppare una corrente europea con lavori dall'importanza storica e dalla ricercatezza tutt'oggi ineguagliata.
Tra i tanti nomi di quell'epoca ce n'è uno in particolare che con i Dream Theater avrà un legame speciale, ed è quello degli *Evil Wings*, formazione lombarda che iniziò la sua attività proprio nello stesso anno in cui *When Dream and Day Unite* vedeva la luce, pubblicando poi l'omonimo album d'esordio nel 1994 e conquistando *Mike Portnoy* con una deliziosa cover di A Fortune in Lies, pubblicata cinque anni più tardi all'interno del tributo *Voices*.
Gli Evil Wings sono ancora in attività, dopo una pausa durata ben dieci anni (*Kite* è del 2001) ed è splendido riscoprirli in gran forma con questo nuovo *Kaleidoscope*, che riparte da una ritrovata vena progressiva dosata con maestria, con spruzzate di hard rock ad ispessire il sound quanto basta per non renderlo eccessivamente leggero, e con quel gusto per il dettaglio che li ha resi noti sin dagli albori, con intuizioni strumentali e vocali avvincenti, talvolta inaspettate, indubbiamente raffinate e figlie di una capacità di scrittura e di esecuzione superiore.
*Kaleidoscope* regala un artwork di qualità, psichedelico e futuristico al tempo stesso, ed un packaging che denota quanta cura sia stata dedicata a questo nuovo progetto musicale, ma sono i brani a dimostrare quanto il progressive italiano sia ancora vivo e pronto a misurarsi col resto del mondo, in un periodo dove, peraltro, i gruppi italiani stanno continuando a sorprendere con uscite di qualità spesso elevatissima.
La title-track è una sferzata rock/blues che potrebbe spiazzare chi non conosce gli *Evil Wings*, da sempre abituati a pescare nei seventies e nell'hard rock che fu, ma nella sezione strumentale emerge tutta la voglia progressiva della band lecchese, con un sontuoso lavoro di tastiere ad opera di *Jospeh Ierace*, arricchito dal solo classico e schietto di *Franco Giaffreda* e dall'ottimo lavoro della sezione ritmica; il riff portante torna a scatenarsi e chiude un brano breve ma davvero intenso.
*Here and Now* invece rispolvera quella passione per i *Rush* già ascoltata in* Colors of the New World*, grazie soprattutto al rincorrersi di basso e chitarra, che confezionano una introduzione davvero convincente, mentre la parte più melodica è lasciata al cantato di Giaffreda, con la batteria di *Walter Rivolta* a sostenere il tempo senza strafare e con grande energia.
Sapori pinkfloydiani nella rilassata *Farewell on Planet F-19 *che, nonostante il mood compassato, offre splendide atmosfere ed alcuni egregi interludi di pianoforte a raffinarne l'andatura; *More than Reality* eccede nella semplicità e, pur rivelandosi piacevole e ben costruita nei cambi di tempo e nei solo, si rivela poco più che un filler nell'economia del disco. Gli *Evil Wings* ci hanno abituato a ben altro tipo di composizioni, e fortunatamente se ne ricordano nella imponente *Rygma 12 – The Wisdom of Sea*, dialogo metafisico tra Uomo e Mare,  nel quale trovano spazio delicati rimandi al progressive rock dei *Genesis* e al neo-prog dell'epoca d'oro dei *Marillion*: la voce di Giaffreda è molto simile ad un certo *Peter Gabriel*, nell'intonazione e nell'interpretazione, e la band plasma un brano che, tra movimenti jazzati e brillanti tappeti di tastiere, manifesta tutta la maturità del gruppo fino al tripudio sonoro del finale, con la superba voce soprano di *Maggie Giaffreda* ed una saltellante, frizzante progressione strumentale.
Sinistra ed oscura è, al contrario, la riuscita *Filthy Invaders' Dawn*, dove gli *Evil Wings* ospitano l'organo di *Rick Ostidich*, che contribuisce a creare un ambiente acustico decisamente inquietante, mentre le ritmiche procedono ostinatamente ed i cori della Giaffreda regalano brividi di soddisfazione. Notevoli anche le sferzate di chitarra, vigorosamente heavy, così come le folli transizioni elettriche che chiudono il brano, mentre il riff principale riemerge dal turbinio di note.
Morbida e pacifico è l'abbraccio col quale *Kaleidoscope* si congeda, una *The Oak Tree* nella quale, sugli armoniosi arpeggi di Giaffreda, dialogano lo Stick di *Giovanni Bellosi* ed il suadente violino di *Carlo Guidotti*, all'insegna di quella raffinatezza che gli *Evil Wings* dispensano a piene mani anche in questa nuova uscita, dimostrando, a dispetto della lunga pausa di riflessione, una vitalità assolutamente intatta ed una gran voglia di farsi ascoltare e, perché no, riscoprire.
La classe è ancora lì e, nonostante qualche sporadico passaggio a vuoto, il marchio di fabbrica è perfettamente distinguibile.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>C'erano una volta i primi anni '90, quando il progressive metal era ancora agli albori e, sull'onda di quanto tracciato dai <b>Dream Theater</b> con l'album d'esordio prima (1989) e con il seminale <b>Images &amp; Words</b> poi, si affacciavano al genere decine di band italiane che, nel loro piccolo, aiuteranno il movimento a sviluppare una corrente europea con lavori dall'importanza storica e dalla ricercatezza tutt'oggi ineguagliata.<br />
Tra i tanti nomi di quell'epoca ce n'è uno in particolare che con i Dream Theater avrà un legame speciale, ed è quello degli <b>Evil Wings</b>, formazione lombarda che iniziò la sua attività proprio nello stesso anno in cui <b>When Dream and Day Unite</b> vedeva la luce, pubblicando poi l'omonimo album d'esordio nel 1994 e conquistando <b>Mike Portnoy</b> con una deliziosa cover di A Fortune in Lies, pubblicata cinque anni più tardi all'interno del tributo <b>Voices</b>.<br />
Gli Evil Wings sono ancora in attività, dopo una pausa durata ben dieci anni (<b>Kite</b> è del 2001) ed è splendido riscoprirli in gran forma con questo nuovo <b>Kaleidoscope</b>, che riparte da una ritrovata vena progressiva dosata con maestria, con spruzzate di hard rock ad ispessire il sound quanto basta per non renderlo eccessivamente leggero, e con quel gusto per il dettaglio che li ha resi noti sin dagli albori, con intuizioni strumentali e vocali avvincenti, talvolta inaspettate, indubbiamente raffinate e figlie di una capacità di scrittura e di esecuzione superiore.<br />
<b>Kaleidoscope</b> regala un artwork di qualità, psichedelico e futuristico al tempo stesso, ed un packaging che denota quanta cura sia stata dedicata a questo nuovo progetto musicale, ma sono i brani a dimostrare quanto il progressive italiano sia ancora vivo e pronto a misurarsi col resto del mondo, in un periodo dove, peraltro, i gruppi italiani stanno continuando a sorprendere con uscite di qualità spesso elevatissima.<br />
La title-track è una sferzata rock/blues che potrebbe spiazzare chi non conosce gli <b>Evil Wings</b>, da sempre abituati a pescare nei seventies e nell'hard rock che fu, ma nella sezione strumentale emerge tutta la voglia progressiva della band lecchese, con un sontuoso lavoro di tastiere ad opera di <b>Jospeh Ierace</b>, arricchito dal solo classico e schietto di <b>Franco Giaffreda</b> e dall'ottimo lavoro della sezione ritmica; il riff portante torna a scatenarsi e chiude un brano breve ma davvero intenso.<br />
<b>Here and Now</b> invece rispolvera quella passione per i <b>Rush</b> già ascoltata in<b> Colors of the New World</b>, grazie soprattutto al rincorrersi di basso e chitarra, che confezionano una introduzione davvero convincente, mentre la parte più melodica è lasciata al cantato di Giaffreda, con la batteria di <b>Walter Rivolta</b> a sostenere il tempo senza strafare e con grande energia.<br />
Sapori pinkfloydiani nella rilassata <b>Farewell on Planet F-19 </b>che, nonostante il mood compassato, offre splendide atmosfere ed alcuni egregi interludi di pianoforte a raffinarne l'andatura; <b>More than Reality</b> eccede nella semplicità e, pur rivelandosi piacevole e ben costruita nei cambi di tempo e nei solo, si rivela poco più che un filler nell'economia del disco. Gli <b>Evil Wings</b> ci hanno abituato a ben altro tipo di composizioni, e fortunatamente se ne ricordano nella imponente <b>Rygma 12 – The Wisdom of Sea</b>, dialogo metafisico tra Uomo e Mare,  nel quale trovano spazio delicati rimandi al progressive rock dei <b>Genesis</b> e al neo-prog dell'epoca d'oro dei <b>Marillion</b>: la voce di Giaffreda è molto simile ad un certo <b>Peter Gabriel</b>, nell'intonazione e nell'interpretazione, e la band plasma un brano che, tra movimenti jazzati e brillanti tappeti di tastiere, manifesta tutta la maturità del gruppo fino al tripudio sonoro del finale, con la superba voce soprano di <b>Maggie Giaffreda</b> ed una saltellante, frizzante progressione strumentale.<br />
Sinistra ed oscura è, al contrario, la riuscita <b>Filthy Invaders' Dawn</b>, dove gli <b>Evil Wings</b> ospitano l'organo di <b>Rick Ostidich</b>, che contribuisce a creare un ambiente acustico decisamente inquietante, mentre le ritmiche procedono ostinatamente ed i cori della Giaffreda regalano brividi di soddisfazione. Notevoli anche le sferzate di chitarra, vigorosamente heavy, così come le folli transizioni elettriche che chiudono il brano, mentre il riff principale riemerge dal turbinio di note.<br />
Morbida e pacifico è l'abbraccio col quale <b>Kaleidoscope</b> si congeda, una <b>The Oak Tree</b> nella quale, sugli armoniosi arpeggi di Giaffreda, dialogano lo Stick di <b>Giovanni Bellosi</b> ed il suadente violino di <b>Carlo Guidotti</b>, all'insegna di quella raffinatezza che gli <b>Evil Wings</b> dispensano a piene mani anche in questa nuova uscita, dimostrando, a dispetto della lunga pausa di riflessione, una vitalità assolutamente intatta ed una gran voglia di farsi ascoltare e, perché no, riscoprire.<br />
La classe è ancora lì e, nonostante qualche sporadico passaggio a vuoto, il marchio di fabbrica è perfettamente distinguibile.</div>

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			<category domain="http://www.unprogged.com/forumdisplay.php?f=29">Nuove Uscite</category>
			<dc:creator>Ferruccio Battini</dc:creator>
			<guid isPermaLink="true">http://www.unprogged.com/showthread.php?t=7374</guid>
		</item>
		<item>
			<title>(Full / 200X) Claudio Rocchi</title>
			<link>http://www.unprogged.com/showthread.php?t=7366&amp;goto=newpost</link>
			<pubDate>Sat, 05 May 2012 09:41:28 GMT</pubDate>
			<description>In alto. Dove sembra dirigere il suo Volo Magico questo menestrello visionario e psichedelico che dopo tanti anni ha ancora voglia di raccontarsi e di prendere posizioni su argomenti scomodi. Un ritorno significativo che ha il merito di porre l’attenzione anche su un altro dettaglio, ossia la ricomparsa sulla scena di un’ etichetta storica come la Cramps. Un binomio di qualità che non fallisce l’obiettivo e rilancia, semmai ce ne fosse il bisogno, uno degli autori più illuminati della scena rock italiana. Ancora ora, come negli anni ’70, la musica di Rocchi è aspra e lieve, ricercata e affabile, ricca di sprazzi tipicamente cantautorali che si bagnano di psichedelia ed elettronica minimale ma sapientemente utilizzata.  
Convince e sorprende il rock elettrico di *Per gli stendardi* che apre molto bene il disco, ma non è da meno la successiva *Eccoti qui*, una ballad morbida ma per nulla banale. Dal sapore maggiormente psichedelico *Facci un miracolo* con un testo amaro ma carico di speranza e *Deja Vu*, ficcante e capace di immergere chi ascolta in quel clima che animava gli anni degli esordi di Rocchi. *Alchimia* riesce ad essere moderna con un occhio di riguardo alle produzioni di 40 anni fa sporcando il sound acustico con pennellate elettriche. L’ India si fa viva nelle sonorità di *Gesù si gira*, mentre la denuncia politica si fa apprezzare in *Lasciamoli andare*. Intensa la ballata *Ci sei?* che fa il paio con l’altrettanto valida *Come se*. Con *La bellezza* Rocchi si riallaccia alla vena che lo contraddistinse nei ’70, prima di chiudere in maniera palpitante con *La stella da cui vieni*. 
Rocchi propone un lavoro dove il suo passato viene metabolizzato e sviluppato in un linguaggio attuale ma non figlio di mode o tentazioni commerciali. Un album dove Claudio si è occupato dei testi e delle musiche, degli arrangiamenti e della produzione. Un disco che ha la forza per riportare alla luce uno dei personaggi più interessanti e curiosi dell’underground italiano.</description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>In alto. Dove sembra dirigere il suo Volo Magico questo menestrello visionario e psichedelico che dopo tanti anni ha ancora voglia di raccontarsi e di prendere posizioni su argomenti scomodi. Un ritorno significativo che ha il merito di porre l’attenzione anche su un altro dettaglio, ossia la ricomparsa sulla scena di un’ etichetta storica come la Cramps. Un binomio di qualità che non fallisce l’obiettivo e rilancia, semmai ce ne fosse il bisogno, uno degli autori più illuminati della scena rock italiana. Ancora ora, come negli anni ’70, la musica di Rocchi è aspra e lieve, ricercata e affabile, ricca di sprazzi tipicamente cantautorali che si bagnano di psichedelia ed elettronica minimale ma sapientemente utilizzata.  <br />
Convince e sorprende il rock elettrico di <b>Per gli stendardi</b> che apre molto bene il disco, ma non è da meno la successiva <b>Eccoti qui</b>, una ballad morbida ma per nulla banale. Dal sapore maggiormente psichedelico <b>Facci un miracolo</b> con un testo amaro ma carico di speranza e <b>Deja Vu</b>, ficcante e capace di immergere chi ascolta in quel clima che animava gli anni degli esordi di Rocchi. <b>Alchimia</b> riesce ad essere moderna con un occhio di riguardo alle produzioni di 40 anni fa sporcando il sound acustico con pennellate elettriche. L’ India si fa viva nelle sonorità di <b>Gesù si gira</b>, mentre la denuncia politica si fa apprezzare in <b>Lasciamoli andare</b>. Intensa la ballata <b>Ci sei?</b> che fa il paio con l’altrettanto valida <b>Come se</b>. Con <b>La bellezza</b> Rocchi si riallaccia alla vena che lo contraddistinse nei ’70, prima di chiudere in maniera palpitante con <b>La stella da cui vieni</b>. <br />
Rocchi propone un lavoro dove il suo passato viene metabolizzato e sviluppato in un linguaggio attuale ma non figlio di mode o tentazioni commerciali. Un album dove Claudio si è occupato dei testi e delle musiche, degli arrangiamenti e della produzione. Un disco che ha la forza per riportare alla luce uno dei personaggi più interessanti e curiosi dell’underground italiano.</div>

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			<category domain="http://www.unprogged.com/forumdisplay.php?f=29">Nuove Uscite</category>
			<dc:creator>Luigi Cattaneo</dc:creator>
			<guid isPermaLink="true">http://www.unprogged.com/showthread.php?t=7366</guid>
		</item>
		<item>
			<title>(Full / 200X) Invertigo</title>
			<link>http://www.unprogged.com/showthread.php?t=7365&amp;goto=newpost</link>
			<pubDate>Fri, 04 May 2012 15:42:20 GMT</pubDate>
			<description><![CDATA[Se dovessi trovare una parola per definire il genere proposto dai tedeschi Invertigo azzarderei con un orribile meltin-pot letterario: PrOP-Rock, che amalgama cioè il PROG e il Brit-POP. I brani maggiormente PROG sono le lunghe “Suspicion” e “The Memoirs Of A Mayfly” mentre “Dr. Ho” e “Lullaby” virano verso un POP d’autore, tralasciando le lunghe variazioni strumentali e concentrandosi maggiormente sulla melodia; in effetti tutto il disco sembra più votato alla melodia vocale che a quella strumentale, presentando delicati arrangiamenti utilizzati soprattutto per accompagnare il cantato di Sebastian Brennert.

Le fonti di ispirazione sono evidenti e riassunte da una loro aperta confessione: “InVertigo's songs mirror influences by progressive rock bands such as Genesis, Yes, Spock's Beard, Marillion, The Flower Kings or Porcupine Tree - but do sound completely different”.

I pezzi migliori sono quelli corti, o forse è meglio dire che i peggiori sono le due lunghe suite di 13 e 21 minuti che appaiono noiosette e abbassano una media qualitativa abbastanza alta. La parte centrale di “The Memoirs Of A Mayfly” osa utilizzare il controtempo del reggae,  l’approccio jazzistico dei fiati e l'enfasi di una marcia trionfale, dando l’impressione di esagerare in inutile abbondanza. Le canzoni migliori sono l’apripista “Darkness” nella quale si sente anche la voce di Papa Ratzinger e la splendida e romanticissima “Lullaby”.

Un disco easy listening con melodie facili e gradevoli che seppur non presentando niente di nuovo risultano piacevoli e non annoiano. Non male.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>Se dovessi trovare una parola per definire il genere proposto dai tedeschi Invertigo azzarderei con un orribile meltin-pot letterario: PrOP-Rock, che amalgama cioè il PROG e il Brit-POP. I brani maggiormente PROG sono le lunghe “Suspicion” e “The Memoirs Of A Mayfly” mentre “Dr. Ho” e “Lullaby” virano verso un POP d’autore, tralasciando le lunghe variazioni strumentali e concentrandosi maggiormente sulla melodia; in effetti tutto il disco sembra più votato alla melodia vocale che a quella strumentale, presentando delicati arrangiamenti utilizzati soprattutto per accompagnare il cantato di Sebastian Brennert.<br />
<br />
Le fonti di ispirazione sono evidenti e riassunte da una loro aperta confessione: “InVertigo's songs mirror influences by progressive rock bands such as Genesis, Yes, Spock's Beard, Marillion, The Flower Kings or Porcupine Tree - but do sound completely different”.<br />
<br />
I pezzi migliori sono quelli corti, o forse è meglio dire che i peggiori sono le due lunghe suite di 13 e 21 minuti che appaiono noiosette e abbassano una media qualitativa abbastanza alta. La parte centrale di “The Memoirs Of A Mayfly” osa utilizzare il controtempo del reggae,  l’approccio jazzistico dei fiati e l'enfasi di una marcia trionfale, dando l’impressione di esagerare in inutile abbondanza. Le canzoni migliori sono l’apripista “Darkness” nella quale si sente anche la voce di Papa Ratzinger e la splendida e romanticissima “Lullaby”.<br />
<br />
Un disco easy listening con melodie facili e gradevoli che seppur non presentando niente di nuovo risultano piacevoli e non annoiano. Non male.</div>

]]></content:encoded>
			<category domain="http://www.unprogged.com/forumdisplay.php?f=29">Nuove Uscite</category>
			<dc:creator>claudio prandin</dc:creator>
			<guid isPermaLink="true">http://www.unprogged.com/showthread.php?t=7365</guid>
		</item>
		<item>
			<title>(Full / 200X) Effloresce</title>
			<link>http://www.unprogged.com/showthread.php?t=7363&amp;goto=newpost</link>
			<pubDate>Thu, 03 May 2012 21:59:58 GMT</pubDate>
			<description>Lo ammetto. talvolta spero che il disco assegnatomi dalla redazione sia veramente pessimo. Pessimo come i dischi pessimi di una volta, non so se avete presente. Almeno mi divertirei a recensirli, e troverei in seguito sollievo morale nell’ascolto di un disco semplicemente normale. E invece non è così. I dischi osceni sono merce sempre più rara, così come quelli eccellenti. Siamo invece circondati da musica “ok”, ben suonata, ben prodotta, ben confezionata. Ora non me ne vogliano gli ottimi Effloresce (ma che nome strambo!), avrei potuto fare questa considerazione in altre occasioni. Questo Coma Ghosts è però nei fatti proprio “okay”, non stimola né deprime (per ora almeno). Prendete gli Evanescence, metteteli in mezzo ad una fetta di prog ed una di folk nordico, qualche elemento death/growl invece della mostarda ed addentate. Non male, comunque dipende dai gusti. In ogni caso non so se chiederete il bis.
 
Certo, questi ragazzi tedeschi di Norimberga sono proprio bravi ed in particolare merita attenzione la prova della vocalist Nicki, per versatilità (dal melodico ai growl acidissimi) e musicalità. Si apprezzano inoltre i numerosi cambi di atmosfera, la riflessività di alcuni frangenti alternati a momenti grintosi, insomma nulla di nuovo, ma scorre bene. Ascoltate l’ultima traccia, Shuteye Wanderer di 16 minuti di durata, per avere un’idea (che bella la sezione lenta con il flauto, suonato peraltro dalla stessa Nicki). Insomma tutto qua? Si, tutto qua. E’ probabile quindi che l’ascolto di Coma Ghost non renda la vostra giornata né migliore né peggiore, ma se sieti amanti del genere non vi dispiacerà.</description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>Lo ammetto. talvolta spero che il disco assegnatomi dalla redazione sia veramente pessimo. Pessimo come i dischi pessimi di una volta, non so se avete presente. Almeno mi divertirei a recensirli, e troverei in seguito sollievo morale nell’ascolto di un disco semplicemente normale. E invece non è così. I dischi osceni sono merce sempre più rara, così come quelli eccellenti. Siamo invece circondati da musica “ok”, ben suonata, ben prodotta, ben confezionata. Ora non me ne vogliano gli ottimi Effloresce (ma che nome strambo!), avrei potuto fare questa considerazione in altre occasioni. Questo Coma Ghosts è però nei fatti proprio “okay”, non stimola né deprime (per ora almeno). Prendete gli Evanescence, metteteli in mezzo ad una fetta di prog ed una di folk nordico, qualche elemento death/growl invece della mostarda ed addentate. Non male, comunque dipende dai gusti. In ogni caso non so se chiederete il bis.<br />
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Certo, questi ragazzi tedeschi di Norimberga sono proprio bravi ed in particolare merita attenzione la prova della vocalist Nicki, per versatilità (dal melodico ai growl acidissimi) e musicalità. Si apprezzano inoltre i numerosi cambi di atmosfera, la riflessività di alcuni frangenti alternati a momenti grintosi, insomma nulla di nuovo, ma scorre bene. Ascoltate l’ultima traccia, Shuteye Wanderer di 16 minuti di durata, per avere un’idea (che bella la sezione lenta con il flauto, suonato peraltro dalla stessa Nicki). Insomma tutto qua? Si, tutto qua. E’ probabile quindi che l’ascolto di Coma Ghost non renda la vostra giornata né migliore né peggiore, ma se sieti amanti del genere non vi dispiacerà.</div>

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			<category domain="http://www.unprogged.com/forumdisplay.php?f=29">Nuove Uscite</category>
			<dc:creator>Constantin Terzago</dc:creator>
			<guid isPermaLink="true">http://www.unprogged.com/showthread.php?t=7363</guid>
		</item>
		<item>
			<title>(Full / 200X) Maestrick</title>
			<link>http://www.unprogged.com/showthread.php?t=7361&amp;goto=newpost</link>
			<pubDate>Tue, 01 May 2012 08:08:15 GMT</pubDate>
			<description><![CDATA[Prendete gli Angra, spruzzategli una dose di progressive scuola Dream Theater (ma nemmeno troppo), poi mettetegli un po’ di power ragionato ma diretto degli ultimi Theocracy, infine una piccola goccia di aggressività, e avrete un’idea di cosa fanno questi brasiliani. 
Lo sono e si sente, nelle composizioni si avverte pulsante quest’anima “solare” tipica del mondo del Brasile, ma nello stesso tempo si trova anche molto altro.
*H.U.C. *è una traccia power progressive, piena di soluzioni disperate tra di loro, ma cosa c’entra con il “blues” di *Yellown of the Ebrium*? La band in questione è spiazzante, e non si riesce a capire se queste enormi differenze tra le tracce siano un punto positivo o negativo. 
Notevole la dinamicità di *Aquarela* animata da un progressive vivace con ritornello “estivo”, ma non certo banale. 

*Pescador* è una traccia che ricorda fortissimamente i migliori Angra del nuovo periodo, quando cedono le armi più metalliche e decidono di rendere omaggio alle loro origini al 100%. Le sorprese non finisco perché arriviamo a *Puzzler* dove sembra di sentire addirittura i Diablo Swing Orchestra, ma senza prendere troppo alla lettera queste somiglianze. Eccellente *Disturbia *, che si stacca ancora una volta da tutto il resto proponendo un tema più "disturbante" e aggressivo, in linea con il progressive Pain Of Salvation, con un'ottimo ritornello che la rende ancora più apprezzabile.
L'anima degli Angra più ispirati ritorna prepotente su *Treasures of the World*, perché è comunque notevole la somiglianza tra i cantanti, anche se qui per fortuna è una versione nettamente migliore, con tutto il rispetto per Edu Falaschi.

*Radio Active* si avvicina su atmosfere più alternative, ma l'altro vero centro perfetto arriva con *Smilesnif *, meno ambiziosa e più atmosferica.
La traccia di chiusura è quella più complicata da analizzare, perché in questo caso, anche dopo ripetuti ascolti, forse è stato fatto il passo più lunghetto della gamba. Si avverte ancora un po' di sbandamento a causa della tanta carne al fuoco, ma diversi momenti elevano positivamente questa lunga canzone.
Si tratta indubbiamente di un gran bel disco, originale, fresco, potente, solare, divertente, tecnico ... lo consiglio vivamente.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>Prendete gli <i>Angra</i>, spruzzategli una dose di progressive scuola <i>Dream Theater</i> (ma nemmeno troppo), poi mettetegli un po’ di power ragionato ma diretto degli ultimi <i>Theocracy</i>, infine una piccola goccia di aggressività, e avrete un’idea di cosa fanno questi brasiliani. <br />
Lo sono e si sente, nelle composizioni si avverte pulsante quest’anima “solare” tipica del mondo del Brasile, ma nello stesso tempo si trova anche molto altro.<br />
<b>H.U.C. </b>è una traccia power progressive, piena di soluzioni disperate tra di loro, ma cosa c’entra con il “blues” di <b>Yellown of the Ebrium</b>? La band in questione è spiazzante, e non si riesce a capire se queste enormi differenze tra le tracce siano un punto positivo o negativo. <br />
Notevole la dinamicità di <b>Aquarela</b> animata da un progressive vivace con ritornello “estivo”, ma non certo banale. <br />
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<b>Pescador</b> è una traccia che ricorda fortissimamente i migliori <i>Angra</i> del nuovo periodo, quando cedono le armi più metalliche e decidono di rendere omaggio alle loro origini al 100%. Le sorprese non finisco perché arriviamo a <b>Puzzler</b> dove sembra di sentire addirittura i <i>Diablo Swing Orchestra</i>, ma senza prendere troppo alla lettera queste somiglianze. Eccellente <b>Disturbia </b>, che si stacca ancora una volta da tutto il resto proponendo un tema più "disturbante" e aggressivo, in linea con il progressive <i>Pain Of Salvation</i>, con un'ottimo ritornello che la rende ancora più apprezzabile.<br />
L'anima degli <i>Angra</i> più ispirati ritorna prepotente su <b>Treasures of the World</b>, perché è comunque notevole la somiglianza tra i cantanti, anche se qui per fortuna è una versione nettamente migliore, con tutto il rispetto per Edu Falaschi.<br />
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<b>Radio Active</b> si avvicina su atmosfere più alternative, ma l'altro vero centro perfetto arriva con <b>Smilesnif </b>, meno ambiziosa e più atmosferica.<br />
La traccia di chiusura è quella più complicata da analizzare, perché in questo caso, anche dopo ripetuti ascolti, forse è stato fatto il passo più lunghetto della gamba. Si avverte ancora un po' di sbandamento a causa della tanta carne al fuoco, ma diversi momenti elevano positivamente questa lunga canzone.<br />
Si tratta indubbiamente di un gran bel disco, originale, fresco, potente, solare, divertente, tecnico ... lo consiglio vivamente.</div>

]]></content:encoded>
			<category domain="http://www.unprogged.com/forumdisplay.php?f=29">Nuove Uscite</category>
			<dc:creator>Gabriele Pintaudi</dc:creator>
			<guid isPermaLink="true">http://www.unprogged.com/showthread.php?t=7361</guid>
		</item>
		<item>
			<title>(Full / 200X) Taranis</title>
			<link>http://www.unprogged.com/showthread.php?t=7360&amp;goto=newpost</link>
			<pubDate>Sun, 29 Apr 2012 19:19:47 GMT</pubDate>
			<description><![CDATA[Vivere la musica con grande intensità significa che entra a far parte della tua essenza, la parte più intima e misteriosa. E' difficile, molto difficile, per persone che la vivono con tale passione essere pienamente soddisfatti da un prodotto. Una mentalità aperta si accosta ai vari generi perché ognuno offre una diversa faccia di emotività, ma è raro trovarsi tra le mani un prodotto che assembli tutte le caratteristiche che più ci attraggono. 
Questo Kingdom dei *Taranis* si avvicina ad un mix che personalmente apprezzo molto, muovendosi nel progressive sinfonico e folk. 

Il bilanciamento tra parti più aggressive e melodiche è gestito molto bene, e per fortuna non si scade nella ricerca del "trallallà" del folk, e nemmeno nelle sfuriate in growl/scream copia e incolla, ormai onnipresenti nelle composizioni di questo genere.
I *Taranis * puntano tutto sull'atmosfera e nell'impatto suggestivo che ci porta nel mondo della bella copertina, alternata ad un'aggressività black metal che si incastra perfettamente con tutto il resto. Ah, dimenticavo, Attila Bakos fa tutto da solo. Dunque quando parlo dei* Taranis* non cadete nell'errore di immaginare un gruppo per come siamo abituati. 
Solo quattro canzoni, ma abbastanza lunghe da non lasciare l'amaro in bocca.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>Vivere la musica con grande intensità significa che entra a far parte della tua essenza, la parte più intima e misteriosa. E' difficile, molto difficile, per persone che la vivono con tale passione essere pienamente soddisfatti da un prodotto. Una mentalità aperta si accosta ai vari generi perché ognuno offre una diversa faccia di emotività, ma è raro trovarsi tra le mani un prodotto che assembli tutte le caratteristiche che più ci attraggono. <br />
Questo <i>Kingdom</i> dei <b>Taranis</b> si avvicina ad un mix che personalmente apprezzo molto, muovendosi nel progressive sinfonico e folk. <br />
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Il bilanciamento tra parti più aggressive e melodiche è gestito molto bene, e per fortuna non si scade nella ricerca del "trallallà" del folk, e nemmeno nelle sfuriate in growl/scream copia e incolla, ormai onnipresenti nelle composizioni di questo genere.<br />
I <b>Taranis </b> puntano tutto sull'atmosfera e nell'impatto suggestivo che ci porta nel mondo della bella copertina, alternata ad un'aggressività black metal che si incastra perfettamente con tutto il resto. Ah, dimenticavo, <i>Attila Bakos</i> fa tutto da solo. Dunque quando parlo dei<b> Taranis</b> non cadete nell'errore di immaginare un gruppo per come siamo abituati. <br />
Solo quattro canzoni, ma abbastanza lunghe da non lasciare l'amaro in bocca.</div>

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			<category domain="http://www.unprogged.com/forumdisplay.php?f=29">Nuove Uscite</category>
			<dc:creator>Gabriele Pintaudi</dc:creator>
			<guid isPermaLink="true">http://www.unprogged.com/showthread.php?t=7360</guid>
		</item>
		<item>
			<title>(Full / 200X) Dimension Act</title>
			<link>http://www.unprogged.com/showthread.php?t=7351&amp;goto=newpost</link>
			<pubDate>Mon, 23 Apr 2012 17:34:21 GMT</pubDate>
			<description>Un’autentica sorpresa questi poco conosciuti Dimension act, quintetto norvegese dedito ad un progressive metal di grande caratura melodica e capaci di sfornare con Manifestation of progress un debut ricco di spunti e di idee. È palese sin dal primissimo ascolto che non ci troviamo di fronte ad un lavoro di grande originalità ma il risultato finale è altamente convincente grazie ad un songwriting fresco e accattivante che farà la gioia di chi va matto per *Dream Theater* e *Vanden Plas*. Difatti i 4 brani presenti sono uno più valido dell’altro e pur essendo piuttosto lunghi i Dimension Act riescono ad essere comunicativi e mai tediosi, puntando maggiormente sul lavoro di squadra rispetto a quello individuale, favorendo così una compattezza di fondo che poche volte si percepisce in album d’esordio. 
L’iniziale *Cosmic Chaos* ti attrae e ti seduce con il suo incedere aggressivo in cui giocano un ruolo chiave i riff di chitarra di Marius Nilsen e una sezione ritmica di grande impatto su cui si posano i tappeti di tastiere di indubbio gusto creati da Kristan Berg. Anche il vocalist Tom Vidar Salangli mostra di avere un piglio piuttosto hard e predilige un approccio robusto che risulta ben amalgamato con il resto del gruppo. I Dimension Act hanno una forza d’urto che pervade tutto l’album ma lasciano trasparire una cura non indifferente per le parti melodiche che alla lunga diventano protagoniste. Chiaro che tutte le caratteristiche della band emergono in maniera preponderante nei quasi 32 minuti di *Drawing the lines of mortal existence* che da sola vale l’acquisto del disco. Power prog che tradisce amore verso i *Royal Hunt* e gli *Evergrey*, soluzioni di stampo sinfonico, cambi di tempo, parti strumentali che denotano una certa capacità tecnica, il progressive metal dei già citati Vanden Plas che incontra i *Tangent*, sfuriate hard e momenti riflessivi, digressioni che profumano di jazz, sfuriate epiche e roboanti a tinte drammatiche. Nulla di nuovo insomma ma fatto e costruito con grande sapienza. La melodia è il cuore centrale anche di *Industrial evilution* e *Uncharted waters*, altri 2 brani dove emergono le qualità compositive di cui sono in possesso i norvegesi. Nella prima i contorni heavy si fanno più spessi facendo tornare alla mente gli *Angel Dust* per poi essere squarciati da lampi melodici efficaci e di grande bellezza. Anche la seconda ha un’ intensità che si mantiene costante e che colpisce l’ascoltatore come alcuni dischi dei *Nevermore* in passato hanno saputo fare.
Pur se derivativo Manifestation of progress è un lavoro piacevolissimo e autentico, credibile per la passione che fuoriesce da ogni traccia che costituisce il disco che sa essere dinamico e intenso. Per tutti i seguaci di un certo progressive metal un album assolutamente da avere.</description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>Un’autentica sorpresa questi poco conosciuti Dimension act, quintetto norvegese dedito ad un progressive metal di grande caratura melodica e capaci di sfornare con Manifestation of progress un debut ricco di spunti e di idee. È palese sin dal primissimo ascolto che non ci troviamo di fronte ad un lavoro di grande originalità ma il risultato finale è altamente convincente grazie ad un songwriting fresco e accattivante che farà la gioia di chi va matto per <b>Dream Theater</b> e <b>Vanden Plas</b>. Difatti i 4 brani presenti sono uno più valido dell’altro e pur essendo piuttosto lunghi i Dimension Act riescono ad essere comunicativi e mai tediosi, puntando maggiormente sul lavoro di squadra rispetto a quello individuale, favorendo così una compattezza di fondo che poche volte si percepisce in album d’esordio. <br />
L’iniziale <b>Cosmic Chaos</b> ti attrae e ti seduce con il suo incedere aggressivo in cui giocano un ruolo chiave i riff di chitarra di Marius Nilsen e una sezione ritmica di grande impatto su cui si posano i tappeti di tastiere di indubbio gusto creati da Kristan Berg. Anche il vocalist Tom Vidar Salangli mostra di avere un piglio piuttosto hard e predilige un approccio robusto che risulta ben amalgamato con il resto del gruppo. I Dimension Act hanno una forza d’urto che pervade tutto l’album ma lasciano trasparire una cura non indifferente per le parti melodiche che alla lunga diventano protagoniste. Chiaro che tutte le caratteristiche della band emergono in maniera preponderante nei quasi 32 minuti di <b>Drawing the lines of mortal existence</b> che da sola vale l’acquisto del disco. Power prog che tradisce amore verso i <b>Royal Hunt</b> e gli <b>Evergrey</b>, soluzioni di stampo sinfonico, cambi di tempo, parti strumentali che denotano una certa capacità tecnica, il progressive metal dei già citati Vanden Plas che incontra i <b>Tangent</b>, sfuriate hard e momenti riflessivi, digressioni che profumano di jazz, sfuriate epiche e roboanti a tinte drammatiche. Nulla di nuovo insomma ma fatto e costruito con grande sapienza. La melodia è il cuore centrale anche di <b>Industrial evilution</b> e <b>Uncharted waters</b>, altri 2 brani dove emergono le qualità compositive di cui sono in possesso i norvegesi. Nella prima i contorni heavy si fanno più spessi facendo tornare alla mente gli <b>Angel Dust</b> per poi essere squarciati da lampi melodici efficaci e di grande bellezza. Anche la seconda ha un’ intensità che si mantiene costante e che colpisce l’ascoltatore come alcuni dischi dei <b>Nevermore</b> in passato hanno saputo fare.<br />
Pur se derivativo Manifestation of progress è un lavoro piacevolissimo e autentico, credibile per la passione che fuoriesce da ogni traccia che costituisce il disco che sa essere dinamico e intenso. Per tutti i seguaci di un certo progressive metal un album assolutamente da avere.</div>

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			<category domain="http://www.unprogged.com/forumdisplay.php?f=29">Nuove Uscite</category>
			<dc:creator>Luigi Cattaneo</dc:creator>
			<guid isPermaLink="true">http://www.unprogged.com/showthread.php?t=7351</guid>
		</item>
		<item>
			<title>(Full / 200X) Il Rovescio della Medaglia</title>
			<link>http://www.unprogged.com/showthread.php?t=7343&amp;goto=newpost</link>
			<pubDate>Sun, 15 Apr 2012 09:07:46 GMT</pubDate>
			<description>Ecco nuovamente tornare alla ribalta il Rovescio della Medaglia, gruppo di Roma guidato dal chitarrista *Enzo Vita*, di cui si erano perse le tracce da Vitae pubblicato nel 1999. Vita, unico membro originario del gruppo, ha da tempo spostato le sue attenzioni dal rock progressivo a tinte hard verso un pop rock ricco di fiati e melodia. A questo indirizzo bisogna guardare parlando del nuovo *Microstorie*, un lavoro indubbiamente arrangiato e suonato bene da professionisti di indubbio spessore a cui si aggiunge la presenza di un grande vocalist come *Roberto Tiranti* (Labyrinth, Mangala Vallis) a cui manca però il salto di qualità e tende ad essere in diversi brani piuttosto piatto e scontato. Ovviamente il problema non è la mancanza di un sound dichiaratamente progressive quanto piuttosto il fatto che il disco sia altalenante tra pezzi riusciti e coinvolgenti ed altri che invece risultano davvero poco interessanti. Il risultato è un rock che sarebbe adattissimo per essere passato in radio e che a tratti ricorda la scrittura di Francesco Renga. Tra i pezzi migliori la convincente title-track, *Luca’s bar* che si propone come unico momento prog del lavoro e l’energica *Grida, urli e strilli*. Il disco si lascia ascoltare con piacere ma risulta dopo svariati ascolti un po’ anonimo e pur non essendo da buttare non ha la forza e la robustezza che ci si potrebbe aspettare da una line-up che prevede oltre che Vita e Tiranti anche l’ex bassista del Banco del Mutuo Soccorso *Gianni Colaiacomo* più una sezione fiati ed una d’archi.
Un ritorno in chiave rock assemblato bene ma con poco mordente che dubito possa incuriosire il pubblico del progressive. D’altronde, per come sono stati costruiti, questi brani potrebbero piacere di più ai fans del già citato *Renga*, di *Vasco Rossi* o di *Gianna Nannini*. A volte resuscitare sigle diventa fuorviante.</description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>Ecco nuovamente tornare alla ribalta il Rovescio della Medaglia, gruppo di Roma guidato dal chitarrista <b>Enzo Vita</b>, di cui si erano perse le tracce da <i>Vitae</i> pubblicato nel 1999. Vita, unico membro originario del gruppo, ha da tempo spostato le sue attenzioni dal rock progressivo a tinte hard verso un pop rock ricco di fiati e melodia. A questo indirizzo bisogna guardare parlando del nuovo <b>Microstorie</b>, un lavoro indubbiamente arrangiato e suonato bene da professionisti di indubbio spessore a cui si aggiunge la presenza di un grande vocalist come <b>Roberto Tiranti</b> (Labyrinth, Mangala Vallis) a cui manca però il salto di qualità e tende ad essere in diversi brani piuttosto piatto e scontato. Ovviamente il problema non è la mancanza di un sound dichiaratamente progressive quanto piuttosto il fatto che il disco sia altalenante tra pezzi riusciti e coinvolgenti ed altri che invece risultano davvero poco interessanti. Il risultato è un rock che sarebbe adattissimo per essere passato in radio e che a tratti ricorda la scrittura di Francesco Renga. Tra i pezzi migliori la convincente title-track, <b>Luca’s bar</b> che si propone come unico momento prog del lavoro e l’energica <b>Grida, urli e strilli</b>. Il disco si lascia ascoltare con piacere ma risulta dopo svariati ascolti un po’ anonimo e pur non essendo da buttare non ha la forza e la robustezza che ci si potrebbe aspettare da una line-up che prevede oltre che Vita e Tiranti anche l’ex bassista del Banco del Mutuo Soccorso <b>Gianni Colaiacomo</b> più una sezione fiati ed una d’archi.<br />
Un ritorno in chiave rock assemblato bene ma con poco mordente che dubito possa incuriosire il pubblico del progressive. D’altronde, per come sono stati costruiti, questi brani potrebbero piacere di più ai fans del già citato <b>Renga</b>, di <b>Vasco Rossi</b> o di <b>Gianna Nannini</b>. A volte resuscitare sigle diventa fuorviante.</div>

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			<category domain="http://www.unprogged.com/forumdisplay.php?f=29">Nuove Uscite</category>
			<dc:creator>Luigi Cattaneo</dc:creator>
			<guid isPermaLink="true">http://www.unprogged.com/showthread.php?t=7343</guid>
		</item>
		<item>
			<title>(Full / 200X) Big Bang</title>
			<link>http://www.unprogged.com/showthread.php?t=7328&amp;goto=newpost</link>
			<pubDate>Wed, 11 Apr 2012 07:45:44 GMT</pubDate>
			<description>Big Bang è un gruppo musicale composto da veterani della scena Rock alternativa di Barcellona che dopo il disco d’esordio intitolato “Sin renuncia a la esperanza” del 2010 ha appena pubblicato “Diez tragos” che tradotto significa dieci bevande oppure dieci cocktails, a rimarcare lo status di capitale mondiale del divertimento della città catalana. Di ludico però in questo disco c’è proprio poco e per rendersene conto basta dare una rapida occhiata ai titoli delle canzoni: “Crucifícame” oppure “Sufrir” che si stemperano nel grido finale di liberazione: “Franco is dead”.

Queste dieci tracce offerte dalla band non presentano niente di nuovo dal punto di vista musicale poichè esprimono un Post-Rock che sfocia nell’Hard (sempre accompagnato da “Rock”, mi raccomando) di stampo Melvins-iano; la cosa interessante è che le canzoni sono cantate in Spagnolo e questo riconoscibilissimo accento garantisce l’unico ingrediente nuovo al solito clichè.

Me gusta mucho il tiro della seconda traccia *“Soy inmortal”*, seguita ironicamente dalla traccia *“No soy un ángel”*. Bella anche *“Crucificame”* che inizia con una sognante voce femminile interrotta però da un loop di basso deciso e da un cantato maschile più graffiante.

Dieci brani orecchiabili che presentano come unico valore aggiunto il sapore mediterraneo del cantato ma che strumentalmente non offrono nulla di nuovo.</description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>Big Bang è un gruppo musicale composto da veterani della scena Rock alternativa di Barcellona che dopo il disco d’esordio intitolato “Sin renuncia a la esperanza” del 2010 ha appena pubblicato “Diez tragos” che tradotto significa dieci bevande oppure dieci cocktails, a rimarcare lo status di capitale mondiale del divertimento della città catalana. Di ludico però in questo disco c’è proprio poco e per rendersene conto basta dare una rapida occhiata ai titoli delle canzoni: “Crucifícame” oppure “Sufrir” che si stemperano nel grido finale di liberazione: “Franco is dead”.<br />
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Queste dieci tracce offerte dalla band non presentano niente di nuovo dal punto di vista musicale poichè esprimono un Post-Rock che sfocia nell’Hard (sempre accompagnato da “Rock”, mi raccomando) di stampo Melvins-iano; la cosa interessante è che le canzoni sono cantate in Spagnolo e questo riconoscibilissimo accento garantisce l’unico ingrediente nuovo al solito clichè.<br />
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<i>Me gusta mucho</i> il tiro della seconda traccia <b>“Soy inmortal”</b>, seguita ironicamente dalla traccia <b>“No soy un ángel”</b>. Bella anche <b>“Crucificame”</b> che inizia con una sognante voce femminile interrotta però da un loop di basso deciso e da un cantato maschile più graffiante.<br />
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Dieci brani orecchiabili che presentano come unico valore aggiunto il sapore mediterraneo del cantato ma che strumentalmente non offrono nulla di nuovo.</div>

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			<category domain="http://www.unprogged.com/forumdisplay.php?f=29">Nuove Uscite</category>
			<dc:creator>claudio prandin</dc:creator>
			<guid isPermaLink="true">http://www.unprogged.com/showthread.php?t=7328</guid>
		</item>
		<item>
			<title>(Full / 200X) Anathema</title>
			<link>http://www.unprogged.com/showthread.php?t=7312&amp;goto=newpost</link>
			<pubDate>Wed, 04 Apr 2012 11:29:07 GMT</pubDate>
			<description><![CDATA[Gli *Anathema *scuotono sempre qualcosa dentro, e la loro musica ha questa precisa intenzione, ormai lo sappiamo bene.
In passato questo “scossone interiore” era, se vogliamo, più turbato, depressivo, pessimistico, ma da *Alternative 4* in poi nonostante l’indubbia atmosfera buia, un piccolissimo filo di speranza si avvertiva nella notte. Oggi questo filo di speranza è diventato la colonna portante, senza però perdere la malinconia che li ha sempre contraddistinti, non rassegnata.
Ci vuole una certa capacità di attenzione e sensibilità per rendersi conto che, nonostante il cambiamento della forma, il “sentimento/stato d’animo” (non emotività o sentimentalismo) è rimasto invariato. 

Questo perché un soggetto particolarmente sensibile può servirsi di emozioni diverse per esprimersi, ma l’_equilibrio centrale rimane intaccato_. Complesso anche da descrivere, me ne rendo conto, ma non ha importanza che ci capiamo, ad ognuno le sue sensazioni. Sarò pazzo io, ma non riesco a vedere la differenza tra gli *Anathema* di oggi e quelli dei dischi da *Alternative 4* in poi, e *non mi riferisco alla forma!* Il principio rimane, ed esso è il sentimento, con sfumature diversissime certo, ma si esprime sempre attraverso la_ volontà evocativa_. Certo, le canzoni possono piacere o meno, ma trovo abbastanza riduttivo, per un essere umano non identificato solo nella sua periferia emotiva, non apprezzare le variazioni emozionali. 

L’intento è assolutamente quello di far viaggiare l’ascoltatore in un mare di stati d’animo, oggi se vogliamo più mirati ad una certa ariosità, seguendo il corso più sognante e melodico del disco precedente. Per certi versi forse è addirittura più morbido, allontanandosi ancora di più da quel poco di aspetto metallico che era rimasto, per approdare su territori musicali che modellano l’immaginazione attraverso ampiezze di ogni genere. Si avverte questa volontà di voler espandere la propria proposta, non tanto inserendo novità tecniche, ma piuttosto concentrandosi con massima volontà su sentimenti particolarmente profondi e “aperti”. 

Tecnicamente parlando, la struttura del disco è molto simile a quella di *We're Here Because We're Here*, cioè diviso in due: la prima parte più diretta e "positiva", mentre nella seconda i brani di dilatano e assumono un'atmosfera più melodrammatica. Trovo il disco abbastanza omogeneo, nonostante vi siano delle tracce che svettano sulle altre.
Esse sono le prime due Untouchable, e non poteva esserci partenza migliore di così, soprattutto per la prima parte. 
The Beginning and the End è un altro punto forte, soprattutto per quanto riguarda la melodia di piano che si estende per tutta la sua durata. Non sono comunque da meno pezzi come The Lost Child o Internal Landscape, con i soliti loro crescendo melodici.
Un altro colpo al cuore è Sunlight, mentre l'unica che forse si differenzia dal resto nella prima metà è The Storm Before The Calm, facendo uso dell'elettronica che preannuncia un incedere più movimentato. Quando il brano sembra finire in realtà sta iniziando, poiché è nella seconda parte la sua trasformazione ultra melodica e teatrale grazie anche al supporto della voce femminile, presente e parecchio determinante per tutta la durata di Weather Systems.

La sensazione è quella di un viaggio, quasi paesaggistico, dove la tristezza rassegnata del passato, ha lasciato posto alla malinconia speranzosa e "serena" del presente, senza dimenticare interventi vagamente "cupi".
Forse si, potremmo dire che l’approccio corale e il crescendo finale per ogni brano nonostante la maestosità crea una sorta di staticità e prevedibilità negli ascolti, ma non so mai se si tratta di un difetto o no, perché vengo sempre rapito dalla loro capacità di creare atmosfere così vivide, anche se a volte si tende a dilatare e ripetere un po' troppo la soluzione melodica. 

Atmosferico, malinconico, paesaggistico e speranzoso.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>Gli <b>Anathema </b>scuotono sempre qualcosa dentro, e la loro musica ha questa precisa intenzione, ormai lo sappiamo bene.<br />
In passato questo “scossone interiore” era, se vogliamo, più turbato, depressivo, pessimistico, ma da <b>Alternative 4</b> in poi nonostante l’indubbia atmosfera buia, un piccolissimo filo di speranza si avvertiva nella notte. Oggi questo filo di speranza è diventato la colonna portante, senza però perdere la malinconia che li ha sempre contraddistinti, non rassegnata.<br />
Ci vuole una certa capacità di attenzione e sensibilità per rendersi conto che, nonostante il cambiamento della forma, il “sentimento/stato d’animo” (non emotività o sentimentalismo) è rimasto invariato. <br />
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Questo perché un soggetto particolarmente sensibile può servirsi di emozioni diverse per esprimersi, ma l’<u>equilibrio centrale rimane intaccato</u>. Complesso anche da descrivere, me ne rendo conto, ma non ha importanza che ci capiamo, ad ognuno le sue sensazioni. Sarò pazzo io, ma non riesco a vedere la differenza tra gli <b>Anathema</b> di oggi e quelli dei dischi da <b>Alternative 4</b> in poi, e <b>non mi riferisco alla forma!</b> Il principio rimane, ed esso è il sentimento, con sfumature diversissime certo, ma si esprime sempre attraverso la<u> volontà evocativa</u>. Certo, le canzoni possono piacere o meno, ma trovo abbastanza riduttivo, per un essere umano non identificato solo nella sua periferia emotiva, non apprezzare le variazioni emozionali. <br />
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L’intento è assolutamente quello di far viaggiare l’ascoltatore in un mare di stati d’animo, oggi se vogliamo più mirati ad una certa ariosità, seguendo il corso più sognante e melodico del disco precedente. Per certi versi forse è addirittura più morbido, allontanandosi ancora di più da quel poco di aspetto metallico che era rimasto, per approdare su territori musicali che modellano l’immaginazione attraverso ampiezze di ogni genere. Si avverte questa volontà di voler espandere la propria proposta, non tanto inserendo novità tecniche, ma piuttosto concentrandosi con massima volontà su sentimenti particolarmente profondi e “aperti”. <br />
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Tecnicamente parlando, la struttura del disco è molto simile a quella di <b>We're Here Because We're Here</b>, cioè diviso in due: la prima parte più diretta e "positiva", mentre nella seconda i brani di dilatano e assumono un'atmosfera più melodrammatica. Trovo il disco abbastanza omogeneo, nonostante vi siano delle tracce che svettano sulle altre.<br />
Esse sono le prime due Untouchable, e non poteva esserci partenza migliore di così, soprattutto per la prima parte. <br />
The Beginning and the End è un altro punto forte, soprattutto per quanto riguarda la melodia di piano che si estende per tutta la sua durata. Non sono comunque da meno pezzi come The Lost Child o Internal Landscape, con i soliti loro crescendo melodici.<br />
Un altro colpo al cuore è Sunlight, mentre l'unica che forse si differenzia dal resto nella prima metà è The Storm Before The Calm, facendo uso dell'elettronica che preannuncia un incedere più movimentato. Quando il brano sembra finire in realtà sta iniziando, poiché è nella seconda parte la sua trasformazione ultra melodica e teatrale grazie anche al supporto della voce femminile, presente e parecchio determinante per tutta la durata di Weather Systems.<br />
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La sensazione è quella di un viaggio, quasi paesaggistico, dove la tristezza rassegnata del passato, ha lasciato posto alla malinconia speranzosa e "serena" del presente, senza dimenticare interventi vagamente "cupi".<br />
Forse si, potremmo dire che l’approccio corale e il crescendo finale per ogni brano nonostante la maestosità crea una sorta di staticità e prevedibilità negli ascolti, ma non so mai se si tratta di un difetto o no, perché vengo sempre rapito dalla loro capacità di creare atmosfere così vivide, anche se a volte si tende a dilatare e ripetere un po' troppo la soluzione melodica. <br />
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Atmosferico, malinconico, paesaggistico e speranzoso.</div>

]]></content:encoded>
			<category domain="http://www.unprogged.com/forumdisplay.php?f=29">Nuove Uscite</category>
			<dc:creator>Gabriele Pintaudi</dc:creator>
			<guid isPermaLink="true">http://www.unprogged.com/showthread.php?t=7312</guid>
		</item>
		<item>
			<title>(Full / 200X) Salvo Lazzara: Pensiero Nomade</title>
			<link>http://www.unprogged.com/showthread.php?t=7301&amp;goto=newpost</link>
			<pubDate>Sun, 01 Apr 2012 22:01:38 GMT</pubDate>
			<description><![CDATA[Il percorso musicale di un artista è come un fiume, un flusso che si muove sinuoso e che, quando si snoda su lunghe distanze, arriva a bagnare terre molteplici e differenti portando via con sè un pezzo di ognuna di esse.
Salvo Lazzara ha alimentato il fiume delle sue esperienze a lungo, muovendolo su terreni sempre differenti: dalle sue fasi embrionali nel pop rock albionico e nella new wave, passando per la sua prima folgorazione, il progressive rock della band Germinale. Non pago dell'esperienza, decide di proseguire la sua corsa in solitaria, fondando il progetto "Pensiero Nomade" e avventurandosi nel jazz e nell'improvvisazione.
"Materia e Memoria" è il terzo episodio di questo progetto il quale, mantenendo la sopracitata metafora, si presenta proprio come un flusso: una sequenza di dodici brani talmente coesi da stupire per la loro capacità di mantenere alta la tensione e ricca la sostanza. Non è un caso se, nell'affascinante digipak che ospita il disco, sia riportata la frase "penso alla vita come ad un continuo flusso di esperienze, una successione attraverso gli eventi, un rituale giornaliero della memoria".
Come accennato, Lazzara riversa in questo nuovo album tutte le influenze raccolte negli anni, fondando la base sulle capacità di improvvisazione sue e dei componenti che nel tempo si sono aggiunti al progetto, unite a un recente interesse per la musica etnica e folk dalla doppia faccia acustico/elettronica. 
La grande presenza delle percussioni tradiscono le recenti contaminazioni, presentando un album progressive nel senso più lato del termine. "Materia e Memoria" non è infatti il classico lavoro che ci si aspetterebbe da un chitarrista, ove sarebbe lecito immaginare una presenza preponderante della stessa, bensì lo sforzo congiunto di molteplici fattori i quali si intrecciano alla perfezione, assemblando un sound si ricco e raffinato ma allo stesso tempo compatto e omogeneo. 
Sebbene la chitarra sia responsabile della melodia portante per gran parte del platter, ad esempio con le pizzicate acustiche che echeggiano in "L'abbandono" e che tanto ricordano gli anni '90 floydiani, essa non è invadente nè dittatrice ma ricopre un ruolo discreto, quasi defilato, come volesse più dirigere l'orchestra al suo seguito che trainarla. Il rock atmosferico di "Forse Altrove" ne è un perfetto esempio, dove percussioni martellanti, fiati e pattern al pianoforte sembrano portare nel nord europa più freddo, in compagnia di maestri come i Sigur Ròs.
Come si sarà intuito, "Materia e Memoria" non ha la presunzione di creare qualcosa di assolutamente inedito quanto di esplorare percorsi già noti ma unendoli con un'alchimia speciale, che rende in ogni caso imprevedibile il tutto. In pochi, ad esempio, potrebbero aspettarsi l'improvviso cambio di mood di "Nella Corrente", quando il percorso assume toni più scuri ed esotici, con sfumature arabesche che non possono davvero non richiamare alla memoria dell'ascoltatore la meravigliosa colonna sonora del monumentale film "Blade Runner". Insieme ai successivi "Il Vuoto Necessario" e "Di Nuovo Quiete" viene ricreata un'atmosfera che sembra proprio quella che si potrebbe respirare nel locali della perdizione della Los Angeles del 2019, così come immaginata dal geniale compositore Vangelis.
Ma il "Pensiero Nomade" non si ferma qui e, quando ormai ci si era dimenticati di avere a che fare con un artista del mondo del progressive, ecco arrivare "Senza Radici", "Lontano da Casa" e "Il Senso delle Cose" a rinfrescarci la memoria con le loro fughe strumentali scandite da dinamici uptempo alle pelli, dove un certo Mike Oldfield fa capolino tra le note della conclusiva "Mentre Tutto Cambia".
Durante l'ascolto è facile rimanere colpito dalla produzione a dir poco eccellente, una vera rarità nel mondo del rock, ma non in quello del jazz, a ulteriore prova che gli effetti benefici delle contaminazioni su vari fronti non si limitano alla mera composizione. L'incisione del platter è semplicemente di altissimo livello ed è sempre un piacere poter ascoltare al meglio la propria musica.
Chi legge non deve spaventarsi nel notare tante citazioni, "Materia e Memoria" è un prodotto senza presunzione di originalità ma che si pone un ben preciso scopo: sperimentare, esplorare ed unire al meglio quanto scoperto.
Si può affermare che l'obiettivo sia stato brillantemente raggiunto.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>Il percorso musicale di un artista è come un fiume, un flusso che si muove sinuoso e che, quando si snoda su lunghe distanze, arriva a bagnare terre molteplici e differenti portando via con sè un pezzo di ognuna di esse.<br />
Salvo Lazzara ha alimentato il fiume delle sue esperienze a lungo, muovendolo su terreni sempre differenti: dalle sue fasi embrionali nel pop rock albionico e nella new wave, passando per la sua prima folgorazione, il progressive rock della band Germinale. Non pago dell'esperienza, decide di proseguire la sua corsa in solitaria, fondando il progetto "Pensiero Nomade" e avventurandosi nel jazz e nell'improvvisazione.<br />
"Materia e Memoria" è il terzo episodio di questo progetto il quale, mantenendo la sopracitata metafora, si presenta proprio come un flusso: una sequenza di dodici brani talmente coesi da stupire per la loro capacità di mantenere alta la tensione e ricca la sostanza. Non è un caso se, nell'affascinante digipak che ospita il disco, sia riportata la frase "penso alla vita come ad un continuo flusso di esperienze, una successione attraverso gli eventi, un rituale giornaliero della memoria".<br />
Come accennato, Lazzara riversa in questo nuovo album tutte le influenze raccolte negli anni, fondando la base sulle capacità di improvvisazione sue e dei componenti che nel tempo si sono aggiunti al progetto, unite a un recente interesse per la musica etnica e folk dalla doppia faccia acustico/elettronica. <br />
La grande presenza delle percussioni tradiscono le recenti contaminazioni, presentando un album progressive nel senso più lato del termine. "Materia e Memoria" non è infatti il classico lavoro che ci si aspetterebbe da un chitarrista, ove sarebbe lecito immaginare una presenza preponderante della stessa, bensì lo sforzo congiunto di molteplici fattori i quali si intrecciano alla perfezione, assemblando un sound si ricco e raffinato ma allo stesso tempo compatto e omogeneo. <br />
Sebbene la chitarra sia responsabile della melodia portante per gran parte del platter, ad esempio con le pizzicate acustiche che echeggiano in "L'abbandono" e che tanto ricordano gli anni '90 floydiani, essa non è invadente nè dittatrice ma ricopre un ruolo discreto, quasi defilato, come volesse più dirigere l'orchestra al suo seguito che trainarla. Il rock atmosferico di "Forse Altrove" ne è un perfetto esempio, dove percussioni martellanti, fiati e pattern al pianoforte sembrano portare nel nord europa più freddo, in compagnia di maestri come i Sigur Ròs.<br />
Come si sarà intuito, "Materia e Memoria" non ha la presunzione di creare qualcosa di assolutamente inedito quanto di esplorare percorsi già noti ma unendoli con un'alchimia speciale, che rende in ogni caso imprevedibile il tutto. In pochi, ad esempio, potrebbero aspettarsi l'improvviso cambio di mood di "Nella Corrente", quando il percorso assume toni più scuri ed esotici, con sfumature arabesche che non possono davvero non richiamare alla memoria dell'ascoltatore la meravigliosa colonna sonora del monumentale film "Blade Runner". Insieme ai successivi "Il Vuoto Necessario" e "Di Nuovo Quiete" viene ricreata un'atmosfera che sembra proprio quella che si potrebbe respirare nel locali della perdizione della Los Angeles del 2019, così come immaginata dal geniale compositore Vangelis.<br />
Ma il "Pensiero Nomade" non si ferma qui e, quando ormai ci si era dimenticati di avere a che fare con un artista del mondo del progressive, ecco arrivare "Senza Radici", "Lontano da Casa" e "Il Senso delle Cose" a rinfrescarci la memoria con le loro fughe strumentali scandite da dinamici uptempo alle pelli, dove un certo Mike Oldfield fa capolino tra le note della conclusiva "Mentre Tutto Cambia".<br />
Durante l'ascolto è facile rimanere colpito dalla produzione a dir poco eccellente, una vera rarità nel mondo del rock, ma non in quello del jazz, a ulteriore prova che gli effetti benefici delle contaminazioni su vari fronti non si limitano alla mera composizione. L'incisione del platter è semplicemente di altissimo livello ed è sempre un piacere poter ascoltare al meglio la propria musica.<br />
Chi legge non deve spaventarsi nel notare tante citazioni, "Materia e Memoria" è un prodotto senza presunzione di originalità ma che si pone un ben preciso scopo: sperimentare, esplorare ed unire al meglio quanto scoperto.<br />
Si può affermare che l'obiettivo sia stato brillantemente raggiunto.</div>

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			<category domain="http://www.unprogged.com/forumdisplay.php?f=29">Nuove Uscite</category>
			<dc:creator>Michele Bordi</dc:creator>
			<guid isPermaLink="true">http://www.unprogged.com/showthread.php?t=7301</guid>
		</item>
		<item>
			<title>(Full / 200X) Toehider</title>
			<link>http://www.unprogged.com/showthread.php?t=7300&amp;goto=newpost</link>
			<pubDate>Sun, 01 Apr 2012 20:00:59 GMT</pubDate>
			<description><![CDATA[Simpatici questi *Toehider*, che con la loro carica positiva colorano queste giornate quasi estive. In effetti è questa la sensazione che più riescono a trasmettere, una solarità vivace ma anche energica, utilizzando lo strumento rock progressive e sperimentale in modo, se vogliamo, originale e scoppiettante. 
Potrebbero ricordare gli A.C.T., (forse fusi con un pizzico di Iron Maiden?)anche per quanto riguarda le tonalità vocali sempre medio/alte, con una tecnica mai ostentata e sempre al servizio della canzone.
Forma canzone che viene molto rispettata, forse anche troppo, perché avrei preferito una maggiore dose di imprevedibilità e linearità, considerando l'atmosfera già abbastanza "spensierata" che il disco offre, ma in fondo pare che il loro intento sia questo. In altri contesti mi hanno ricordato un certo taglio "western" in qualche occasione, intensificando una sensazione nostalgica per una certa tendenza non moderna nelle atmosfere. 

Alcuni episodi forse troppo "colorati" si avvicinano troppo a stati d'animo che ho sperimentato quando ancora ascoltavo punk, e questo elemento mi ha fatto storcere abbastanza il naso. E' chiaramente una questione soggettiva legata ai gusti personali, ma in un contesto progressive non posso non tenerne conto. Riuscite invece diverse melodie rallentate, anche se rare, ma comunque di ottima fattura. Molto bella anche la grafica della copertina che si adatta molto bene alla musica di questo *To Hide Her*. Un approccio dunque abbastanza minimalista, e per questo spontaneo e sincero, assolutamente non ambizioso. Forse un po' troppo "scanzonato", ma comunque divertente e piacevole.
Da tenere d'occhio...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>Simpatici questi <b>Toehider</b>, che con la loro carica positiva colorano queste giornate quasi estive. In effetti è questa la sensazione che più riescono a trasmettere, una solarità vivace ma anche energica, utilizzando lo strumento rock progressive e sperimentale in modo, se vogliamo, originale e scoppiettante. <br />
Potrebbero ricordare gli <i>A.C.T.</i>, (forse fusi con un pizzico di <i>Iron Maiden</i>?)anche per quanto riguarda le tonalità vocali sempre medio/alte, con una tecnica mai ostentata e sempre al servizio della canzone.<br />
Forma canzone che viene molto rispettata, forse anche troppo, perché avrei preferito una maggiore dose di imprevedibilità e linearità, considerando l'atmosfera già abbastanza "spensierata" che il disco offre, ma in fondo pare che il loro intento sia questo. In altri contesti mi hanno ricordato un certo taglio "western" in qualche occasione, intensificando una sensazione nostalgica per una certa tendenza non moderna nelle atmosfere. <br />
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Alcuni episodi forse troppo "colorati" si avvicinano troppo a stati d'animo che ho sperimentato quando ancora ascoltavo punk, e questo elemento mi ha fatto storcere abbastanza il naso. E' chiaramente una questione soggettiva legata ai gusti personali, ma in un contesto progressive non posso non tenerne conto. Riuscite invece diverse melodie rallentate, anche se rare, ma comunque di ottima fattura. Molto bella anche la grafica della copertina che si adatta molto bene alla musica di questo <b>To Hide Her</b>. Un approccio dunque abbastanza minimalista, e per questo spontaneo e sincero, assolutamente non ambizioso. Forse un po' troppo "scanzonato", ma comunque divertente e piacevole.<br />
Da tenere d'occhio...</div>

]]></content:encoded>
			<category domain="http://www.unprogged.com/forumdisplay.php?f=29">Nuove Uscite</category>
			<dc:creator>Gabriele Pintaudi</dc:creator>
			<guid isPermaLink="true">http://www.unprogged.com/showthread.php?t=7300</guid>
		</item>
		<item>
			<title>(Full / 200X) Locanda delle fate</title>
			<link>http://www.unprogged.com/showthread.php?t=7299&amp;goto=newpost</link>
			<pubDate>Sun, 01 Apr 2012 09:58:25 GMT</pubDate>
			<description>Chi si aspettava un disco di inediti da parte della Locanda delle Fate resterà deluso. Poche le novità sostanziali presenti nel nuovo *The Missing Fireflies* che, come suggerisce il titolo, riferimento a Forse le lucciole non si amano più del 1977, raccoglie alcuni brani che non erano stati inseriti nell’album d’esordio e che dunque rischiavano di essere irrimediabilmente persi. Le lucciole mancanti in realtà sono solo due, *Crescendo* e *La Giostra*, pezzi che venivano eseguiti dal vivo negli anni ’70. Se Crescendo non aveva mai trovato spazio su alcun lavoro del gruppo La Giostra invece era già presente in Locanda delle Fate Live edito dalla Mellow nel 1993 (ma contenente registrazioni del 1977). Peccato che quel disco dal vivo non facesse giustizia alla qualità altissima della composizione che qui viene finalmente riproposta in maniera adeguata e mostra una scrittura dello stesso livello delle tracce presenti nello storico debut di 35 anni fa. Anche Crescendo è una song di grande spessore, molto articolata e con i tipici intrecci tra tastiere e chitarre che hanno contribuito a creare il mito della Locanda. In questi 2 brani, che rappresentano il vero motivo di interesse di The missing fireflies, ritroviamo tutto l’incanto di un mondo poetico che ha affascinato generazioni di amanti del progressive. Le parti strumentali, classicheggianti e come consuetudine ben rifinite, la voce espressiva e ancora ammaliante di *Leonardo Sasso* (che non era presente in Homo homini lupus del 1999), rimandano ad una stagione dorata che non tributò il giusto riconoscimento agli astigiani. Oltre ciò completano il disco un breve strumentale (*Sequenza circolare*) e una nuova versione di *Non chiudere a chiave le stelle*, un classico del gruppo che conferma il buono stato di forma del vocalist. C’è poi una sezione di repertorio in cui vengono presentati tre estratti da un concerto tenutosi al Teatro Alfieri di Asti nel 1977. La qualità sonora non è altissima e va presa come una testimonianza live per chi quell’epoca non ha potuto viverla. Un come back che non aggiunge molto alla storia discografica di questa straordinaria band ma che può essere un buon punto di partenza per nuove suggestive avventure.</description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>Chi si aspettava un disco di inediti da parte della Locanda delle Fate resterà deluso. Poche le novità sostanziali presenti nel nuovo <b>The Missing Fireflies</b> che, come suggerisce il titolo, riferimento a Forse le lucciole non si amano più del 1977, raccoglie alcuni brani che non erano stati inseriti nell’album d’esordio e che dunque rischiavano di essere irrimediabilmente persi. Le lucciole mancanti in realtà sono solo due, <b>Crescendo</b> e <b>La Giostra</b>, pezzi che venivano eseguiti dal vivo negli anni ’70. Se Crescendo non aveva mai trovato spazio su alcun lavoro del gruppo La Giostra invece era già presente in Locanda delle Fate Live edito dalla Mellow nel 1993 (ma contenente registrazioni del 1977). Peccato che quel disco dal vivo non facesse giustizia alla qualità altissima della composizione che qui viene finalmente riproposta in maniera adeguata e mostra una scrittura dello stesso livello delle tracce presenti nello storico debut di 35 anni fa. Anche Crescendo è una song di grande spessore, molto articolata e con i tipici intrecci tra tastiere e chitarre che hanno contribuito a creare il mito della Locanda. In questi 2 brani, che rappresentano il vero motivo di interesse di The missing fireflies, ritroviamo tutto l’incanto di un mondo poetico che ha affascinato generazioni di amanti del progressive. Le parti strumentali, classicheggianti e come consuetudine ben rifinite, la voce espressiva e ancora ammaliante di <b>Leonardo Sasso</b> (che non era presente in Homo homini lupus del 1999), rimandano ad una stagione dorata che non tributò il giusto riconoscimento agli astigiani. Oltre ciò completano il disco un breve strumentale (<b>Sequenza circolare</b>) e una nuova versione di <b>Non chiudere a chiave le stelle</b>, un classico del gruppo che conferma il buono stato di forma del vocalist. C’è poi una sezione di repertorio in cui vengono presentati tre estratti da un concerto tenutosi al Teatro Alfieri di Asti nel 1977. La qualità sonora non è altissima e va presa come una testimonianza live per chi quell’epoca non ha potuto viverla. Un come back che non aggiunge molto alla storia discografica di questa straordinaria band ma che può essere un buon punto di partenza per nuove suggestive avventure.</div>

]]></content:encoded>
			<category domain="http://www.unprogged.com/forumdisplay.php?f=29">Nuove Uscite</category>
			<dc:creator>Luigi Cattaneo</dc:creator>
			<guid isPermaLink="true">http://www.unprogged.com/showthread.php?t=7299</guid>
		</item>
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