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		<title><![CDATA[Unprogged : progressive rock & metal - Retrospettive]]></title>
		<link>http://www.unprogged.com</link>
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		<language>it</language>
		<lastBuildDate>Thu, 17 May 2012 21:37:55 GMT</lastBuildDate>
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			<title><![CDATA[Unprogged : progressive rock & metal - Retrospettive]]></title>
			<link>http://www.unprogged.com</link>
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		<item>
			<title>(Full / 200X) Dream Theater</title>
			<link>http://www.unprogged.com/showthread.php?t=7376&amp;goto=newpost</link>
			<pubDate>Mon, 14 May 2012 10:38:52 GMT</pubDate>
			<description><![CDATA[Meno famoso del precedente *Images&Words*, ma a livello qualitativo, per il sottoscritto, non certo inferiore … anzi.
Sicuramente differente, e le ragioni non sono solo prettamente tecniche, ma direi quasi di “atmosfera”.
Infatti si respira un’aria più buia e aggressiva su *Awake*, un disco fatto di canzoni abbastanza dirette, spontanee, ispirate e anche differenti tra loro. La prova di James Labrie è la migliore in assoluto rispetto agli altri lavori, dando sfoggio delle sue capacità si intimistiche, ma anche aggressive e graffianti, cantando con estrema passione. Ad alcuni potrebbe risultare più freddo, ma credo sia una freddezza voluta per creare queste sensazioni particolarmente notturne.

La produzione rispetto ad *Images&Words* ha fatto anche un passo avanti, la batteria risulta meno “plasticosa”, ma anche basso e chitarra vengono maggiormente valorizzate, e quest’ultima risulta più potente del solito.  La presenza di Kevin Moore (sigh!) si sente: la sua capacità di essere concreto ed efficace, ma soprattutto suggestivo, rendono questo disco ancora più unico. 
I brani si distinguono molto bene tra loro, come del resto la band ci ha abituato, ma nello stesso tempo hanno un filo conduttore comune nel sentimento proposto, e questo è il punto forte di *Awake*. Un lavoro ispirato, la tecnica nasce come conseguenza di intuizioni ben chiare, e non come "costruiamo e poi si vedrà".

C’è veramente di tutto: si va dalle più tecniche 6:00 ed Erotomania, alle più melodiche Innocence Faded, Lifting Shadows Off A Dream (splendida), Space Dye Vest (_superiore_), fino ad arrivare agli episodi più aggressivi e taglienti, come The Mirror e Lie.  Queste due tracce, collegate tra loro, rappresentano un po' il cuore dell'album. In esse i *Dream Theater* sperimentano non solo maggiore incisività metallica, ma anche una base più oscura su cui muoversi.
Un lavoro ipnotico , malinconico e poetico, indimenticabile.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>Meno famoso del precedente <b>Images&amp;Words</b>, ma a livello qualitativo, per il sottoscritto, non certo inferiore … anzi.<br />
Sicuramente differente, e le ragioni non sono solo prettamente tecniche, ma direi quasi di “atmosfera”.<br />
Infatti si respira un’aria più buia e aggressiva su <b>Awake</b>, un disco fatto di canzoni abbastanza dirette, spontanee, ispirate e anche differenti tra loro. La prova di <i>James Labrie</i> è la migliore in assoluto rispetto agli altri lavori, dando sfoggio delle sue capacità si intimistiche, ma anche aggressive e graffianti, cantando con estrema passione. Ad alcuni potrebbe risultare più freddo, ma credo sia una freddezza voluta per creare queste sensazioni particolarmente notturne.<br />
<br />
La produzione rispetto ad <b>Images&amp;Words</b> ha fatto anche un passo avanti, la batteria risulta meno “plasticosa”, ma anche basso e chitarra vengono maggiormente valorizzate, e quest’ultima risulta più potente del solito.  La presenza di <i>Kevin Moore</i> (sigh!) si sente: la sua capacità di essere concreto ed efficace, ma soprattutto suggestivo, rendono questo disco ancora più unico. <br />
I brani si distinguono molto bene tra loro, come del resto la band ci ha abituato, ma nello stesso tempo hanno un filo conduttore comune nel sentimento proposto, e questo è il punto forte di <b>Awake</b>. Un lavoro ispirato, la tecnica nasce come conseguenza di intuizioni ben chiare, e non come <i>"costruiamo e poi si vedrà".</i><br />
<br />
C’è veramente di tutto: si va dalle più tecniche <i>6:00 </i>ed<i> Erotomania</i>, alle più melodiche <i>Innocence Faded, Lifting Shadows Off A Dream</i> (splendida), <i>Space Dye Vest</i> (<u>superiore</u>), fino ad arrivare agli episodi più aggressivi e taglienti, come <i>The Mirror</i> e <i>Lie. </i> Queste due tracce, collegate tra loro, rappresentano un po' il cuore dell'album. In esse i <b>Dream Theater</b> sperimentano non solo maggiore incisività metallica, ma anche una base più oscura su cui muoversi.<br />
Un lavoro ipnotico , malinconico e poetico, indimenticabile.</div>

]]></content:encoded>
			<category domain="http://www.unprogged.com/forumdisplay.php?f=63">Retrospettive</category>
			<dc:creator>Gabriele Pintaudi</dc:creator>
			<guid isPermaLink="true">http://www.unprogged.com/showthread.php?t=7376</guid>
		</item>
		<item>
			<title>(Full / 200X) Disillusion</title>
			<link>http://www.unprogged.com/showthread.php?t=7350&amp;goto=newpost</link>
			<pubDate>Mon, 23 Apr 2012 10:49:25 GMT</pubDate>
			<description>Una miscela imponente e imprevedibile, un carro armato di generi diversi che spara da tutte le direzioni fin dalle prime note. Aggressivo e violento, ma anche melodico ed epico.  Canzoni lunghe ed elaborate, ma nello stesso tempo abbastanza assimilabili già dai primi ascolti. Forse, in alcuni casi, un po’ troppo diluite a causa di intermezzi strumentali un po’ troppo “confusionari” , ma emotivamente energici e coinvolgenti.  All’interno di questi momenti di potenza sonora, risiedono delle parentesi di calma e introspezione, ma il tutto avviene sempre istintivamente e spontaneamente.

Nonostante la costruzione, diciamo “progressive”, si muove quindi un aspetto più grezzo e rabbioso che miscela un’atmosfera parecchio interessante. 
Un esempio di questa descrizione è la title track, che si muove su territori folk/prog/power e tanto altro ancora, ma senza voler essere ne folk/prog/power ….. queste sono solo schematizzazioni, modelli che aiutano la nostra mente ad avere una sua mappa del territorio.  Quando c’è ispirazione ed intuito, la band in questione non si muove partendo da un’idea di “adesso facciamo questo e poi ci mettiamo quest’altro per …. ”, la band FA, parte, e dopo dice “oh guarda, è venuto fuori questo e quest’altro” …
Insisto molto su questa questione della priorità, e non avendo un metro oggettivo non posso che cercare di fidarmi delle mie sensazioni, cosa che tutti siamo chiamati a fare nel difficile compito di recensire l’arte. 
Un disco se vogliamo anche importante, uno di quei fulmini a ciel sereno che, purtroppo, non riescono ad avere un degno successore.</description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>Una miscela imponente e imprevedibile, un carro armato di generi diversi che spara da tutte le direzioni fin dalle prime note. Aggressivo e violento, ma anche melodico ed epico.  Canzoni lunghe ed elaborate, ma nello stesso tempo abbastanza assimilabili già dai primi ascolti. Forse, in alcuni casi, un po’ troppo diluite a causa di intermezzi strumentali un po’ troppo “confusionari” , ma emotivamente energici e coinvolgenti.  All’interno di questi momenti di potenza sonora, risiedono delle parentesi di calma e introspezione, ma il tutto avviene sempre istintivamente e spontaneamente.<br />
<br />
Nonostante la costruzione, diciamo “progressive”, si muove quindi un aspetto più grezzo e rabbioso che miscela un’atmosfera parecchio interessante. <br />
Un esempio di questa descrizione è la <i>title track,</i> che si muove su territori folk/prog/power e tanto altro ancora, ma senza voler essere ne folk/prog/power ….. queste sono solo schematizzazioni, modelli che aiutano la nostra mente ad avere una sua mappa del territorio.  Quando c’è ispirazione ed intuito, la band in questione non si muove partendo da un’idea di <i>“adesso facciamo questo e poi ci mettiamo quest’altro per …. ”,</i> la band FA, parte, e dopo dice <i>“oh guarda, è venuto fuori questo e quest’altro” …</i><br />
Insisto molto su questa questione della priorità, e non avendo un metro oggettivo non posso che cercare di fidarmi delle mie sensazioni, cosa che tutti siamo chiamati a fare nel difficile compito di recensire l’arte. <br />
Un disco se vogliamo anche importante, uno di quei fulmini a ciel sereno che, purtroppo, non riescono ad avere un degno successore.</div>

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			<category domain="http://www.unprogged.com/forumdisplay.php?f=63">Retrospettive</category>
			<dc:creator>Gabriele Pintaudi</dc:creator>
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		</item>
		<item>
			<title>(Full / 200X) James Labrie</title>
			<link>http://www.unprogged.com/showthread.php?t=7145&amp;goto=newpost</link>
			<pubDate>Wed, 08 Feb 2012 23:59:50 GMT</pubDate>
			<description><![CDATA[Quando *James Labrie *ha la possibilità di muoversi all'interno di certe linee più melodiche, ariose, malinconiche e fantasiose, riesce a creare con la sua voce un’alchimia che difficilmente non entra dentro. 
Accostiamo a questo delle canzoni che brillano di luce propria, ben diversificate e strutturate tra di loro, dove però è sempre la voce di* Labrie* l’assoluta protagonista, libera più che mai di esprimersi senza vincoli strumentali a cui deve lasciare il podio, e infatti i risultati sono eccellenti.
Che poi, con il tempo, abbia intrapreso la strada più “incattivita” e "moderna", quello è un altro discorso, ma di sicuro uscite come questo *Mullmuzzler 2* e quello prima, la partecipazione negli Ayreon di The Human Equation, e il primo gioiello Frameshift, dimostrano quanto *James* riesce ad essere espressivo e versatile.
Si parte con Afterlife, con una struttura strumentale tutto sommato semplice, ma difficilmente mi è capitato di ascoltare il cantante così maledettamente a suo agio, muovendosi su territori melodici inizialmente difficili da inquadrare, ma con un ritornello quadrato, semplice e riuscito. 

In Venice Burning e Confronting The Devil, viene fuori la parte più aggressiva, ma mai oppressiva e tecnica, mantenendosi sempre sull’ariosità, più decisa del solito, ma sempre di gran classe.
Il resto è un insieme di emozioni profonde, come accade con Belive e Listening, due ballad capolavoro che alzano ancora di più il livello del disco. 
Per quanto mi riguarda il pianoforte iniziale di Belive è qualcosa di commovente, come del resto tutta la traccia, dipinta dalla sensuale voce del cantante canadese.
Non sono da meno Falling, Stranger e A Simple Man, mantenendo sempre questo stile rock molto suggestivo, se vogliamo lievemente vicino a Falling Into Infinity dei *Dream Theater*, anche dal punto di vista emozionale. 
Un lavoro poco ambizioso, semplice, e forse proprio per questo onesto, spontaneo, tranquillo, magico e profondo.
Mi auguro che *Labrie* torni a dimostrare quanto vale attraverso questi progetti, soprattutto riprendendo il genere più tendente al rock melodico in cui la sua voce perfettamente si sposa.
Non un capolavoro, ma un disco fondamentale per gli amanti della sua voce, e probabilmente non solo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>Quando <b>James Labrie </b>ha la possibilità di muoversi all'interno di certe linee più melodiche, ariose, malinconiche e fantasiose, riesce a creare con la sua voce un’alchimia che difficilmente non entra dentro. <br />
Accostiamo a questo delle canzoni che brillano di luce propria, ben diversificate e strutturate tra di loro, dove però è sempre la voce di<b> Labrie</b> l’assoluta protagonista, libera più che mai di esprimersi senza vincoli strumentali a cui deve lasciare il podio, e infatti i risultati sono eccellenti.<br />
Che poi, con il tempo, abbia intrapreso la strada più “incattivita” e "moderna", quello è un altro discorso, ma di sicuro uscite come questo <b>Mullmuzzler 2</b> e quello prima, la partecipazione negli <i>Ayreon </i>di <i>The Human Equation</i>, e il primo gioiello <i>Frameshift</i>, dimostrano quanto <b>James</b> riesce ad essere espressivo e versatile.<br />
Si parte con <i>Afterlife</i>, con una struttura strumentale tutto sommato semplice, ma difficilmente mi è capitato di ascoltare il cantante così maledettamente a suo agio, muovendosi su territori melodici inizialmente difficili da inquadrare, ma con un ritornello quadrato, semplice e riuscito. <br />
<br />
In <i>Venice Burning</i> e <i>Confronting The Devil,</i> viene fuori la parte più aggressiva, ma mai oppressiva e tecnica, mantenendosi sempre sull’ariosità, più decisa del solito, ma sempre di gran classe.<br />
Il resto è un insieme di emozioni profonde, come accade con <i>Belive</i> e<i> Listening</i>, due ballad capolavoro che alzano ancora di più il livello del disco. <br />
Per quanto mi riguarda il pianoforte iniziale di <i>Belive</i> è qualcosa di commovente, come del resto tutta la traccia, dipinta dalla sensuale voce del cantante canadese.<br />
Non sono da meno<i> Falling, Stranger</i> e <i>A Simple Man</i>, mantenendo sempre questo stile rock molto suggestivo, se vogliamo lievemente vicino a <i>Falling Into Infinity</i> dei <b>Dream Theater</b>, anche dal punto di vista emozionale. <br />
Un lavoro poco ambizioso, semplice, e forse proprio per questo onesto, spontaneo, tranquillo, magico e profondo.<br />
Mi auguro che <b>Labrie</b> torni a dimostrare quanto vale attraverso questi progetti, soprattutto riprendendo il genere più tendente al rock melodico in cui la sua voce perfettamente si sposa.<br />
Non un capolavoro, ma un disco fondamentale per gli amanti della sua voce, e probabilmente non solo.</div>

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			<category domain="http://www.unprogged.com/forumdisplay.php?f=63">Retrospettive</category>
			<dc:creator>Gabriele Pintaudi</dc:creator>
			<guid isPermaLink="true">http://www.unprogged.com/showthread.php?t=7145</guid>
		</item>
		<item>
			<title>(Full / 200X) Dark Suns</title>
			<link>http://www.unprogged.com/showthread.php?t=7053&amp;goto=newpost</link>
			<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 12:12:51 GMT</pubDate>
			<description><![CDATA[Non è facile entrare nel mondo dei *Dark Suns*, non colpiscono direttamente come molte altre band, bisogna gustarli lentamente, scivolare dentro il loro malinconico buio musicale.
*Existence* è un disco che, se non fosse per qualche piccolo accorgimento, come un dilungarsi un po' troppo in alcuni frangenti, prenderebbe tranquillamente ottimo.
La stellina dell'ottimo non gliela do, cercando di rimanere combattuto con i piedi sulla terra dell'obiettività, ma emotivamente raggiunge momenti più che intensi. 
C'è voluto del tempo prima di apprezzarlo in tutte le sue sfaccettature, eppure senza fare grande rumore, è entrato nel cuore del sottoscritto. 

I *Dark Suns* vengono spesso paragonati ai *Pain Of Salvation*, e le ragioni ci sono, come per esempio la _splendida_ voce di Nico Knappe, ma anche per l'impostazione melodica generale. Tuttavia è una vera e propria ingiustizia affermare che sia una band "clone" dei loro compagni di concerti, perché le differenze ci sono eccome, come ad esempio nella perenne atmosfera oscura.
Le canzoni si mantengono tutte su livelli buoni/ottimi, in particolar modo spiccano su tutte la diretta The Euphoric Sense, la magica Anemone, e la conclusiva e maestosa One Endless Childish Day.
Ma sarebbe ingiusto mettere in secondo piano le altre, soprattutto nella seconda parte del disco in cui i ritmi rallentano, le tracce si allungano, e le atmosfere si dilatano (anche se a volte un po' troppo).
Malinconico, struggente, oscuro, magico e intimo. Quando è l'anima che vuole esprimersi, si sente (Anemone)

Non sono riusciti a ripetersi con il successivo *Grave Human Genuine*, troppo sperimentale forse, meno sentimentale e più "emotivo", e spero di venire capito su ciò che intendo dire.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>Non è facile entrare nel mondo dei <b>Dark Suns</b>, non colpiscono direttamente come molte altre band, bisogna gustarli lentamente, scivolare dentro il loro malinconico buio musicale.<br />
<b>Existence</b> è un disco che, se non fosse per qualche piccolo accorgimento, come un dilungarsi un po' troppo in alcuni frangenti, prenderebbe tranquillamente ottimo.<br />
La stellina dell'ottimo non gliela do, cercando di rimanere combattuto con i piedi sulla terra dell'obiettività, ma emotivamente raggiunge momenti più che intensi. <br />
C'è voluto del tempo prima di apprezzarlo in tutte le sue sfaccettature, eppure senza fare grande rumore, è entrato nel cuore del sottoscritto. <br />
<br />
I <b>Dark Suns</b> vengono spesso paragonati ai <b>Pain Of Salvation</b>, e le ragioni ci sono, come per esempio la <u>splendida</u> voce di <i>Nico Knappe</i>, ma anche per l'impostazione melodica generale. Tuttavia è una vera e propria ingiustizia affermare che sia una band "clone" dei loro compagni di concerti, perché le differenze ci sono eccome, come ad esempio nella perenne atmosfera oscura.<br />
Le canzoni si mantengono tutte su livelli buoni/ottimi, in particolar modo spiccano su tutte la diretta <i>The Euphoric Sense</i>, la magica <i>Anemone</i>, e la conclusiva e maestosa <i>One Endless Childish Day</i>.<br />
Ma sarebbe ingiusto mettere in secondo piano le altre, soprattutto nella seconda parte del disco in cui i ritmi rallentano, le tracce si allungano, e le atmosfere si dilatano (anche se a volte un po' troppo).<br />
Malinconico, struggente, oscuro, magico e intimo. Quando è l'anima che vuole esprimersi, si sente <i>(Anemone)</i><br />
<br />
Non sono riusciti a ripetersi con il successivo <b>Grave Human Genuine</b>, troppo sperimentale forse, meno sentimentale e più "emotivo", e spero di venire capito su ciò che intendo dire.</div>

]]></content:encoded>
			<category domain="http://www.unprogged.com/forumdisplay.php?f=63">Retrospettive</category>
			<dc:creator>Gabriele Pintaudi</dc:creator>
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		</item>
		<item>
			<title>(Full / 200X) Rishloo</title>
			<link>http://www.unprogged.com/showthread.php?t=6919&amp;goto=newpost</link>
			<pubDate>Sat, 19 Nov 2011 13:19:13 GMT</pubDate>
			<description><![CDATA[Questo terzo lavoro rappresenta in parte una svolta nel sound dei *Rishloo*. 
Accostati forse eccessivamente ai *Tool* fin dalle loro origini, si muovono su un particolare e ostico sound alternative parecchio melodico (ma non facile) e labirintico, nonostante le singole tracce siano di media lunghezza.
Con Feathergun buona parte delle atmosfere tristi e rabbiose del precedente disco vengono messe da parte, a favore di tracce più sostenute e, in parte, dirette. 
Passi avanti sono stati fatti anche dal punto di vista della produzione, in cui finalmente le chitarre non si sentono così penetranti e pungenti, ma più omogenee e corpose, se vogliamo più "heavy".
Incredibile constatare come, ogni singola nota e linea vocale pulsi ispirazione, nonostante su Feathergun l’aspetto strumentale sia stato elevato un po’ di più rispetto al passato.
E’ comunque sempre la particolare voce del cantante Andrew a fare da assoluta  protagonista, muovendosi con estrema versatilità su qualsiasi tipologia di trasformazione nel corso dei brani, aspetto che è stato stranamente ignorato dalla maggior parte della critica che, come ho scritto sopra, li ha sempre accostanti superficialmente e banalmente a band come *Tool* e *Dredg*. 
Pur prendendone in prestito l’aspetto alternative, non sono mai stato affatto d’accordo con questa similitudine, poiché è evidente la grande personalità dei *Rishloo* che si sostiene su due principali caratteristiche:

1) capacità di sintesi 
2) dinamicità e versatilità vocale

Tuttavia l’aver messo da parte l’aspetto più malinconico ha fatto perdere una fetta di sentimento non da poco, elemento che non permette a Feathergun di superare lo splendido Eidolon. 
Se ne apprezza comunque l’evoluzione e la diversità della proposta, senza mai snaturare il sound che li contraddistingue, anzi rendendoli ancora più personali ed incisivi. 
Un gruppo davvero notevole che va seguito e approfondito, considerando che ai primi ascolti non è quasi mai facile afferrarne l’essenza.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>Questo terzo lavoro rappresenta in parte una svolta nel sound dei <b>Rishloo</b>. <br />
Accostati forse eccessivamente ai <b>Tool</b> fin dalle loro origini, si muovono su un particolare e ostico sound alternative parecchio melodico (ma non facile) e labirintico, nonostante le singole tracce siano di media lunghezza.<br />
Con <i>Feathergun</i> buona parte delle atmosfere tristi e rabbiose del precedente disco vengono messe da parte, a favore di tracce più sostenute e, in parte, dirette. <br />
Passi avanti sono stati fatti anche dal punto di vista della produzione, in cui finalmente le chitarre non si sentono così penetranti e pungenti, ma più omogenee e corpose, se vogliamo più "heavy".<br />
Incredibile constatare come, ogni singola nota e linea vocale pulsi ispirazione, nonostante su <i>Feathergun </i>l’aspetto strumentale sia stato elevato un po’ di più rispetto al passato.<br />
E’ comunque sempre la particolare voce del cantante <i>Andrew </i>a fare da assoluta  protagonista, muovendosi con estrema versatilità su qualsiasi tipologia di trasformazione nel corso dei brani, aspetto che è stato stranamente ignorato dalla maggior parte della critica che, come ho scritto sopra, li ha sempre accostanti superficialmente e banalmente a band come <b>Tool</b> e <b>Dredg</b>. <br />
Pur prendendone in prestito l’aspetto alternative, non sono mai stato affatto d’accordo con questa similitudine, poiché è evidente la grande personalità dei <b>Rishloo</b> che si sostiene su due principali caratteristiche:<br />
<br />
1) capacità di sintesi <br />
2) dinamicità e versatilità vocale<br />
<br />
Tuttavia l’aver messo da parte l’aspetto più malinconico ha fatto perdere una fetta di sentimento non da poco, elemento che non permette a<i> Feathergun</i> di superare lo splendido <i>Eidolon</i>. <br />
Se ne apprezza comunque l’evoluzione e la diversità della proposta, senza mai snaturare il sound che li contraddistingue, anzi rendendoli ancora più personali ed incisivi. <br />
Un gruppo davvero notevole che va seguito e approfondito, considerando che ai primi ascolti non è quasi mai facile afferrarne l’essenza.</div>

]]></content:encoded>
			<category domain="http://www.unprogged.com/forumdisplay.php?f=63">Retrospettive</category>
			<dc:creator>Gabriele Pintaudi</dc:creator>
			<guid isPermaLink="true">http://www.unprogged.com/showthread.php?t=6919</guid>
		</item>
		<item>
			<title>(Full / 200X) Frameshift</title>
			<link>http://www.unprogged.com/showthread.php?t=6753&amp;goto=newpost</link>
			<pubDate>Mon, 24 Oct 2011 21:48:35 GMT</pubDate>
			<description><![CDATA[La copertina rivela immediatamente l'atmosfera ariosa e positiva di un disco molto particolare, dove la meravigliosa voce di James Labrie  ritrova la sua collocazione ideale.
Il cantante è libero di dar sfogo alla sua caratteristica più romantica, perfettamente a suo agio tra le note di questo progetto di  Henning Pauly. 
Il lavoro ci trasporta prepotentemente in una specie di sogno dalle tonalità chiare da un sapore quasi naturale (nel senso "paesaggistico" del termine), dal sicuro impatto emotivo, in alcuni brani quasi commovente. 
Le canzoni sono ben diversificate e, nonostante non si "pesti" molto, *Unweaving the Rainbow* ci regala anche momenti più robusti. 
Degne di nota sono anche le parti strumentali, come l'indimenticabile intro di pianoforte in crescendo di Message From The Mountain, o nella teatrale e più metallica Arms Races. 
Sublimi La Mer, Origins And Miracles e Walking Through Genetic Space, senza nulla togliere alle due parti di Above The Grass. Un po' frettolose e sottotono Cultural Genetics e Bats rispetto al resto.
Ritorno a complimentarmi con James Labrie che dimostra ancora una volta come meglio riesce a muoversi libero su parametri meno tecnici dei side progect (*Ayreon, Mullmuzzler, Frameshift *...) sarà un caso? Secondo il sottoscritto,_ assolutamente no,_ perché la dove il cantante riesce a "respirare", tutto ciò che tocca diventa estremamente suggestivo, ma bisogna dargli lo spazio che merita. Poi sta anche a lui comprendere, e non sembra dati gli ultimi risvolti solisti, di puntare dritto verso uno stile più romantico e melodico.
Un disco spesso delicato e magico, ma che sa anche "picchiare" quando serve, ma non con la stessa efficacia del suo opposto ma ugualmente valido successore,* An Absence of Empathy*.
Da avere questo piccolo, lucente e sottovalutato gioiello dalle tonalità azzurre.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>La copertina rivela immediatamente l'atmosfera ariosa e positiva di un disco molto particolare, dove la meravigliosa voce di <i>James Labrie </i> ritrova la sua collocazione ideale.<br />
Il cantante è libero di dar sfogo alla sua caratteristica più romantica, perfettamente a suo agio tra le note di questo progetto di  <i>Henning Pauly</i>. <br />
Il lavoro ci trasporta prepotentemente in una specie di sogno dalle tonalità chiare da un sapore quasi naturale (nel senso "paesaggistico" del termine), dal sicuro impatto emotivo, in alcuni brani quasi commovente. <br />
Le canzoni sono ben diversificate e, nonostante non si "pesti" molto, <b>Unweaving the Rainbow</b> ci regala anche momenti più robusti. <br />
Degne di nota sono anche le parti strumentali, come l'indimenticabile intro di pianoforte in crescendo di <i>Message From The Mountain</i>, o nella teatrale e più metallica <i>Arms Races</i>. <br />
Sublimi <i>La Mer, Origins And Miracles</i> e <i>Walking Through Genetic Space</i>, senza nulla togliere alle due parti di <i>Above The Grass</i>. Un po' frettolose e sottotono <i>Cultural Genetics </i>e <i>Bats</i> rispetto al resto.<br />
Ritorno a complimentarmi con <i>James Labrie</i> che dimostra ancora una volta come meglio riesce a muoversi libero su parametri meno tecnici dei side progect (<b>Ayreon, Mullmuzzler, Frameshift </b>...) sarà un caso? Secondo il sottoscritto,<u> assolutamente no,</u> perché la dove il cantante riesce a "respirare", tutto ciò che tocca diventa estremamente suggestivo, ma bisogna dargli lo spazio che merita. Poi sta anche a lui comprendere, e non sembra dati gli ultimi risvolti solisti, di puntare dritto verso uno stile più romantico e melodico.<br />
Un disco spesso delicato e magico, ma che sa anche "picchiare" quando serve, ma non con la stessa efficacia del suo opposto ma ugualmente valido successore,<b> An Absence of Empathy</b>.<br />
Da avere questo piccolo, lucente e sottovalutato gioiello dalle tonalità azzurre.</div>

]]></content:encoded>
			<category domain="http://www.unprogged.com/forumdisplay.php?f=63">Retrospettive</category>
			<dc:creator>Gabriele Pintaudi</dc:creator>
			<guid isPermaLink="true">http://www.unprogged.com/showthread.php?t=6753</guid>
		</item>
		<item>
			<title>(Full / 200X) Pain Of Salvation</title>
			<link>http://www.unprogged.com/showthread.php?t=6732&amp;goto=newpost</link>
			<pubDate>Tue, 18 Oct 2011 10:06:49 GMT</pubDate>
			<description><![CDATA[Considerando la breve distanza temporale percorsa tra l'uscita di *Entropia* e quella di *One Hour By The Concrete Lake* (che era già pronto per essere registrato pochi mesi dopo l'uscita del primo disco), ben pochi si sarebbero aspettati dai Pain Of Salvation un lavoro così compatto e ben strutturato. 
Se già dall'ascolto del primo album, infatti, era chiaro quale sarebbe stata la strada intrapresa dal quintetto svedese, con quest'album Gildenlow e soci non fecero altro che ampliare le opinioni favorevoli a proprio carico nonostante i due punti di svolta fondamentali: il cambio di formazione, con Johan Hallgren al posto di Daniel Madgic (presente nel gruppo dal 1987, quando il nome era ancora Reality) e il cambio nella struttura testuale.
Se nel lavoro precedente, infatti, le parole ci raccontavano varie situazioni che non seguivano in filo narrativo vero e proprio, in OOBTCL, il concept c'è tutto.

Il racconto è incentrato su una sorta monologo interiore atto ad autocolpevolizzare l'individuo noncurante dei problemi che la propria vita comporta su quella dei cosiddetti 'meno abbienti' (come palesemente si evince nella sesta traccia, Water: 'I failed to see the relation between my self and world starvation').
Il protagonista, infatti, è un uomo che, lavorando in una fabbrica di armi utilizzate in guerra, si chiede se, in un certo senso (Guns don't kill - I don't kill. Do I?), sia lui colpevole di tutte le morti sul campo di battaglia tanto quanto chi preme il grilletto per uccidere fisicamente.
Dopo notti insonni e capodanni passati a festeggiare dietro le proprie maschere (we smile - all aware but never speaking of the masks we wear), da questa prima parte chiamata *_Part Of The Machine _*si entra nel secondo scaglione del concept, *_Spirit Of Man_*, nel quale ci spostiamo, assieme al protagonista, sul territorio stesso della belligeranza che si apre con Hadful Of Nothing, una condanna alla 'guerra per la pace', all'odio verso il diverso, al 'mondo civilizzato' che pare essere tutto fuorché tale, ma con ancora uno spiraglio di speranza, anche se detto con ben poca convinzione (we can change - it's all in our minds...).
In Water Daniel affronta il problema della contaminazione acquifera da parte delle grandi fabbriche  militari e nucleari per poi passare ad Home, che parla della prepotenza dell'uomo bianco su popolazioni indigene cacciate dal proprio territorio nativo.
Con le cupe sonorità di Black Hills inizia la terza ed ultima parte, [i][i]Karachay[/b][/u] (nome di un lago situato negli Urali del sud a forte tasso radioattivo), con lo spostamento sulle sponde dell'omonimo luogo.
Pilgrim, canzone nella quale Daniel riesce a cacciare tutta la sua emotività, ci racconta tutto lo sconforto e la rassegnazione che le cose non cambieranno mai.
Infine, con Shore Serenity e Inside Out, dopo essere giunti alla fatale meta del 'pellegrinaggio' (Radiation was earlier so high that one hour at the shore of this lake would cause death in just a few weeks), come se nulla fosse accaduto ci si accorge che la vera risposta a tutti questi problemi risiede proprio in ognuno di noi.
Il protagonista, cosciente della sua prossima morte, ci lascia infatti con una semplice quanto esplicativa riflessione: a big Machine stands and falls with... a wheel...

Concludendo, *One Hour By The Concrete Lake* è un album che con il suo perfetto connubio tra sonorità cupe ed intime, ritmiche decise e violente e sensazioni egregiamente interpretate da dei musicisti fenomenali, è capace di metterci a nudo facendoci sentire sulla pelle il dolore di tutte quelle vite stroncate dalla banalità del vivere quotidiano.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>Considerando la breve distanza temporale percorsa tra l'uscita di <b>Entropia</b> e quella di <b>One Hour By The Concrete Lake</b> (che era già pronto per essere registrato pochi mesi dopo l'uscita del primo disco), ben pochi si sarebbero aspettati dai Pain Of Salvation un lavoro così compatto e ben strutturato. <br />
Se già dall'ascolto del primo album, infatti, era chiaro quale sarebbe stata la strada intrapresa dal quintetto svedese, con quest'album Gildenlow e soci non fecero altro che ampliare le opinioni favorevoli a proprio carico nonostante i due punti di svolta fondamentali: il cambio di formazione, con <i>Johan Hallgren</i> al posto di <i>Daniel Madgic</i> (presente nel gruppo dal 1987, quando il nome era ancora <i>Reality</i>) e il cambio nella struttura testuale.<br />
Se nel lavoro precedente, infatti, le parole ci raccontavano varie situazioni che non seguivano in filo narrativo vero e proprio, in <i>OOBTCL</i>, il concept c'è tutto.<br />
<br />
Il racconto è incentrato su una sorta monologo interiore atto ad autocolpevolizzare l'individuo noncurante dei problemi che la propria vita comporta su quella dei cosiddetti 'meno abbienti' (come palesemente si evince nella sesta traccia, <i>Water: 'I failed to see the relation between my self and world starvation'</i>).<br />
Il protagonista, infatti, è un uomo che, lavorando in una fabbrica di armi utilizzate in guerra, si chiede se, in un certo senso (<i>Guns don't kill - I don't kill. Do I?</i>), sia lui colpevole di tutte le morti sul campo di battaglia tanto quanto chi preme il grilletto per uccidere fisicamente.<br />
Dopo notti insonni e capodanni passati a festeggiare dietro le proprie maschere (<i>we smile - all aware but never speaking of the masks we wear</i>), da questa prima parte chiamata <b><i><u>Part Of The Machine </u></i></b>si entra nel secondo scaglione del concept, <b><i><u>Spirit Of Man</u></i></b>, nel quale ci spostiamo, assieme al protagonista, sul territorio stesso della belligeranza che si apre con <i>Hadful Of Nothing</i>, una condanna alla 'guerra per la pace', all'odio verso il diverso, al 'mondo civilizzato' che pare essere tutto fuorché tale, ma con ancora uno spiraglio di speranza, anche se detto con ben poca convinzione (<i>we can change - it's all in our minds...</i>).<br />
In <i>Water</i> Daniel affronta il problema della contaminazione acquifera da parte delle grandi fabbriche  militari e nucleari per poi passare ad <i>Home</i>, che parla della prepotenza dell'uomo bianco su popolazioni indigene cacciate dal proprio territorio nativo.<br />
Con le cupe sonorità di <i>Black Hills</i> inizia la terza ed ultima parte, [i][i]<i>Karachay[/b]</i>[/u] (nome di un lago situato negli Urali del sud a forte tasso radioattivo), con lo spostamento sulle sponde dell'omonimo luogo.<br />
<i>Pilgrim</i>, canzone nella quale Daniel riesce a cacciare tutta la sua emotività, ci racconta tutto lo sconforto e la rassegnazione che le cose non cambieranno mai.<br />
Infine, con <i>Shore Serenity</i> e <i>Inside Out</i>, dopo essere giunti alla fatale meta del 'pellegrinaggio' (<i>Radiation was earlier so high that one hour at the shore of this lake would cause death in just a few weeks</i>), come se nulla fosse accaduto ci si accorge che la vera risposta a tutti questi problemi risiede proprio in ognuno di noi.<br />
Il protagonista, cosciente della sua prossima morte, ci lascia infatti con una semplice quanto esplicativa riflessione: <i>a big Machine stands and falls with... a wheel...</i><br />
<br />
Concludendo, <b>One Hour By The Concrete Lake</b> è un album che con il suo perfetto connubio tra sonorità cupe ed intime, ritmiche decise e violente e sensazioni egregiamente interpretate da dei musicisti fenomenali, è capace di metterci a nudo facendoci sentire sulla pelle il dolore di tutte quelle vite stroncate dalla banalità del vivere quotidiano.</div>

]]></content:encoded>
			<category domain="http://www.unprogged.com/forumdisplay.php?f=63">Retrospettive</category>
			<dc:creator>Joele Turchi</dc:creator>
			<guid isPermaLink="true">http://www.unprogged.com/showthread.php?t=6732</guid>
		</item>
		<item>
			<title>(Full / 200X) Shadow Gallery</title>
			<link>http://www.unprogged.com/showthread.php?t=6695&amp;goto=newpost</link>
			<pubDate>Wed, 05 Oct 2011 15:09:26 GMT</pubDate>
			<description><![CDATA[Vorrei spiegare perché considero *Tyranny* il miglior disco degli* Shadow Gallery*.
Senza dubbio chi conosce il gruppo sa già che il loro progressive è fatto con il _cuore_, non è certo questa la novità. 
Ma questo disco rappresenta, a mio avviso, il vero balzo in avanti dopo il grande *Carved In Stone*, perfettamente bilanciato in ogni sua componente, dove solo la produzione lo penalizza in piccola parte.
Gli *Shadow Gallery* hanno sempre avuto qualcosa di magico, probabilmente soprattutto grazie a Mike Baker, oggi anima in un altra dimensione, con la sua voce che trasformava in oro tutto ciò che cantava.  
La magia di cui parlo si condensa al 100% nell'opera *Tyranny*, il cui valore verrà in parte sfiorato dalla sua seconda metà, *Room V*, altro capolavoro del gruppo. 
Un disco che non fa fatica a colpire dalle prime note, intriso di quell'epicità che riescono a donare ritornelli corali e immortali come quello di Mystery, I Belive e Roads Of Thunder, ma gli altri non sono affatto da meno.
Non una sola nota fuori posto, non un passaggio a vuoto, tutto scorre senza intoppi in questo viaggio solenne, tecnico ma estremamente melodico. 
L'ispirazione tocca vette altissime anche con i brani più lenti, dove è impossibile non creare immagini nella propria mente.
 La voce di Baker sembra arrivare da lontano, come quella di un narratore di una storia in cui veniamo proiettati e coinvolti senza poter (e voler!) opporre resistenza.
Pochi sono i dischi che riescono a tenerti quasi sospeso in un'altra dimensione, eppure canzoni come Out Of Nowhere, Broken e Christmas Day riescono in questo difficile compito con una semplicità disarmante.

Venendo all'aspetto più razionale, gli *Shadow Gallery* propongono un lavoro abbastanza tecnico ma diretto nello stesso tempo, ricordandoci l'abilità dei *Dream Theater* di *Images&Words* ormai dimenticata. 
Ricordiamo una fugace irruzione di *James Labrie* su* I Belive*, altra splendida voce che, seppur per una manciata di secondi, da il suo buon contributo.
Nei lavori successivi gli stessi *Shadow Gallery* sembrano aver maggiormente calcato la mano su composizioni più lunghe, diluendo ancora di più la proposta strumentale, scelta che non ho particolarmente apprezzato soprattutto su risultati come* Legacy*. 
I più attenti si saranno accorti di questo - non troppo lieve - cambio di tendenza, tutt'ora presente con il comunque riuscito *Digital Ghost*, segno che l'anima del gruppo non può morire nonostante l'assenza di una voce che creava trasmutazioni interne. 
Sfiderei chiunque, gusti musicali a parte, a non raggiungere estasi vere e proprie ascoltando il crescendo di Ghost Of A Change o Christmas Day sotto la neve natalizia (per chi può).
Emozioni Superiori come altri pochi gruppi sono in grado di fare, dove le parole non arrivano.
Eterna vita agli *Shadow Gallery*, sperando in un ritorno ad una maggiore capacità di sintesi dei primi dischi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>Vorrei spiegare perché considero <b>Tyranny</b> il miglior disco degli<b> Shadow Gallery</b>.<br />
Senza dubbio chi conosce il gruppo sa già che il loro progressive è fatto con il <u>cuore</u>, non è certo questa la novità. <br />
Ma questo disco rappresenta, a mio avviso, il vero balzo in avanti dopo il grande <b>Carved In Stone</b>, perfettamente bilanciato in ogni sua componente, dove solo la produzione lo penalizza in piccola parte.<br />
Gli <b>Shadow Gallery</b> hanno sempre avuto qualcosa di magico, probabilmente soprattutto grazie a <i>Mike Baker</i>, oggi anima in un altra dimensione, con la sua voce che trasformava in oro tutto ciò che cantava.  <br />
La magia di cui parlo si condensa al 100% nell'opera <b>Tyranny</b>, il cui valore verrà in parte sfiorato dalla sua seconda metà, <b>Room V</b>, altro capolavoro del gruppo. <br />
Un disco che non fa fatica a colpire dalle prime note, intriso di quell'epicità che riescono a donare ritornelli corali e immortali come quello di<i> Mystery, I Belive</i> e<i> Roads Of Thunder</i>, ma gli altri non sono affatto da meno.<br />
Non una sola nota fuori posto, non un passaggio a vuoto, tutto scorre senza intoppi in questo viaggio solenne, tecnico ma estremamente melodico. <br />
L'ispirazione tocca vette altissime anche con i brani più lenti, dove è impossibile non creare immagini nella propria mente.<br />
 La voce di <i>Baker</i> sembra arrivare da lontano, come quella di un narratore di una storia in cui veniamo proiettati e coinvolti senza poter (e voler!) opporre resistenza.<br />
Pochi sono i dischi che riescono a tenerti quasi sospeso in un'altra dimensione, eppure canzoni come <i>Out Of Nowhere, Broken</i> e <i>Christmas Day</i> riescono in questo difficile compito con una semplicità disarmante.<br />
<br />
Venendo all'aspetto più razionale, gli <b>Shadow Gallery</b> propongono un lavoro abbastanza tecnico ma diretto nello stesso tempo, ricordandoci l'abilità dei <b>Dream Theater</b> di <b>Images&amp;Words</b> ormai dimenticata. <br />
Ricordiamo una fugace irruzione di <b>James Labrie</b> su<b> I Belive</b>, altra splendida voce che, seppur per una manciata di secondi, da il suo buon contributo.<br />
Nei lavori successivi gli stessi <b>Shadow Gallery</b> sembrano aver maggiormente calcato la mano su composizioni più lunghe, diluendo ancora di più la proposta strumentale, scelta che non ho particolarmente apprezzato soprattutto su risultati come<b> Legacy</b>. <br />
I più attenti si saranno accorti di questo - non troppo lieve - cambio di tendenza, tutt'ora presente con il comunque riuscito <b>Digital Ghost</b>, segno che l'anima del gruppo non può morire nonostante l'assenza di una voce che creava trasmutazioni interne. <br />
Sfiderei chiunque, gusti musicali a parte, a non raggiungere estasi vere e proprie ascoltando il crescendo di<i> Ghost Of A Change</i> o <i>Christmas Day</i> sotto la neve natalizia (per chi può).<br />
Emozioni <i>Superiori</i> come altri pochi gruppi sono in grado di fare, dove le parole non arrivano.<br />
Eterna vita agli <b>Shadow Gallery</b>, sperando in un ritorno ad una maggiore capacità di sintesi dei primi dischi.</div>

]]></content:encoded>
			<category domain="http://www.unprogged.com/forumdisplay.php?f=63">Retrospettive</category>
			<dc:creator>Gabriele Pintaudi</dc:creator>
			<guid isPermaLink="true">http://www.unprogged.com/showthread.php?t=6695</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[(Full / 200X) It's the End]]></title>
			<link>http://www.unprogged.com/showthread.php?t=6688&amp;goto=newpost</link>
			<pubDate>Mon, 03 Oct 2011 17:24:16 GMT</pubDate>
			<description><![CDATA[Che i norvegesi sono un popolo stravagante lo sapevamo già. Ma questo gruppo norvegese ha qualcosa di talmente pazzo da poter essere considerato quasi geniale. Stiamo parlando di questo progetto "It's The End" che, forte della tradizione dei paesi del nord, sfoggia tutta la tecnica possibile immaginabile in evoluzioni pindariche degne degli sperimentalismi più estremi. Non c'è un vero e proprio filo conduttore tra i brani che se ascoltati senza attenzione possono sembrare un accozzaglia di improvvisazioni senza senso che ricordano i peggiori momenti di John Lennon con Yoko Ono. Questi tre multi-strumentalisti usano ogni genere di suoni e frasi musicali in modo da ottenere un blending talmente eclettico che potrebbe risultare addirittura fastidioso. Il trio norvegese ci delizia con starnuti, lattine aperte e addirittura registrazione di un vecchio gioco da tavola italiano (Tautological Torment). Solo stranezze quindi? Sicuramente l'ascolto non è dei più facili e anche se ci sono dei momenti di lucidità resistere a tutto l'album è un impresa notevole. Nonostante questo è da notare che la tecnica dei ragazzi provenienti da passati differenti è notevolissima. L'utilizzo sconsiderato di ogni tipo di strumento e il passaggio attraverso ogni genere possibile immaginabile rende "It's The End" un progetto tanto insensato quanto affascinante. I passaggi di batteria improponibili, fraseggi di synth e chitarra, power chord gratuite ma massacranti potrebbero far sorridere ogni musicista o amante della musica particolare. In più questi ragazzi si sono ingegnati per riproporre uno spettacolo anche dal vivo. Più geniali di così non si può.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>Che i norvegesi sono un popolo stravagante lo sapevamo già. Ma questo gruppo norvegese ha qualcosa di talmente pazzo da poter essere considerato quasi geniale. Stiamo parlando di questo progetto "It's The End" che, forte della tradizione dei paesi del nord, sfoggia tutta la tecnica possibile immaginabile in evoluzioni pindariche degne degli sperimentalismi più estremi. Non c'è un vero e proprio filo conduttore tra i brani che se ascoltati senza attenzione possono sembrare un accozzaglia di improvvisazioni senza senso che ricordano i peggiori momenti di John Lennon con Yoko Ono. Questi tre multi-strumentalisti usano ogni genere di suoni e frasi musicali in modo da ottenere un blending talmente eclettico che potrebbe risultare addirittura fastidioso. Il trio norvegese ci delizia con starnuti, lattine aperte e addirittura registrazione di un vecchio gioco da tavola italiano (Tautological Torment). Solo stranezze quindi? Sicuramente l'ascolto non è dei più facili e anche se ci sono dei momenti di lucidità resistere a tutto l'album è un impresa notevole. Nonostante questo è da notare che la tecnica dei ragazzi provenienti da passati differenti è notevolissima. L'utilizzo sconsiderato di ogni tipo di strumento e il passaggio attraverso ogni genere possibile immaginabile rende "It's The End" un progetto tanto insensato quanto affascinante. I passaggi di batteria improponibili, fraseggi di synth e chitarra, power chord gratuite ma massacranti potrebbero far sorridere ogni musicista o amante della musica particolare. In più questi ragazzi si sono ingegnati per riproporre uno spettacolo anche dal vivo. Più geniali di così non si può.</div>

]]></content:encoded>
			<category domain="http://www.unprogged.com/forumdisplay.php?f=63">Retrospettive</category>
			<dc:creator>Gabriele Carrieri</dc:creator>
			<guid isPermaLink="true">http://www.unprogged.com/showthread.php?t=6688</guid>
		</item>
		<item>
			<title>(Full / 200X) Pain Of Salvation</title>
			<link>http://www.unprogged.com/showthread.php?t=6655&amp;goto=newpost</link>
			<pubDate>Fri, 23 Sep 2011 21:02:21 GMT</pubDate>
			<description><![CDATA[Può una band aspirare alla perfezione con il suo album di debutto? Se il gruppo in questione si chiama Pain Of Salvation la risposta è una sola: si.

Era il lontano 1997 quando la mente geniale di Daniel Gildenlöw e le capacità tecniche dell'allora quintetto svedese (con Daniel Madgic al posto dell'attuale chitarrista Johan Hallgren) sfornanoro questo CD.
La storia che accompagna la sua pubblicazione, però, non è del tutto rosea: in quell'anno, infatti, venne fatto uscire in Giappone (per la Avalon) e, solo dopo un grande successo nel paese del Sol Levante, iniziò a spopolare 'all'estero': in Europa arrivò nel Settembre del 1999 (addirittura nel 2000 in America) sotto distribuzione della InsideOut Music.
Già dal primo ascolto la qualità della composizione, sotto ogni punto di vista, lasciava presagire quale sarebbe stato il futuro della band.

Riguardo al nome dell'opera, si tratta di un portmanteau delle parole 'Entropy' e 'Utopia' stante a rappresentare un mondo immaginario (molto simile al nostro) nel quale la storia, trattandosi di un Concept Album, si svolge.
La vicenda, come disse Daniel in un'intervista: “[...]is pretty hard to grasp. It is about a family in a war situation, about a father that fails to protect his family, about a child who needs a father and not a soldier, about a society that kills and excludes and then takes its hand away from the remains in shock of what it has become.”
Tema che, tutto sommato, può essere considerato attuale ora, come quattordici anni fa (a quel tempo era in corso la guerra in Kosovo).

L'album si apre con una traccia introduttiva chiamata *! (Foreword)* dove Gildenlöw, vestiti i panni di uno scaltro presentatore, ci invita dall'alto di un palco a seguirlo in un mondo dove 'un bambino è appena morto, ennesima vittima dei conflitti infiniti dell'uomo'.
La seconda canzone (Welcome To Entropia) è come un passaggio interdimensionale che ci fa approdare, strumentalmente, nella vera narrazione che inizia con *Winning A War* che, nella prima strofa, ci descrive un assoluto paradiso, per poi passare all'inferno causato dallo scoppio del conflitto ed alla solitudine di un bambino che chiede alla madre perchè il padre, soldato, lo stà lasciando.
Il resto dell'album ci trascina in un mondo dove la desolazione, la paura e lo sconforto regnano facendosi strada tra nodi tortuosi, a volte anche troppo, di intrecci tra le potenti ritmiche di chitarra, i maestosi giri di basso (di cui ne è un chiaro esempio  l'intro di *People Passing By*) e la voce tanto angelica quanto diabolica di un camaleontico Daniel Gildenlöw che, così come aveva iniziato, ci saluta con *Leaving Entropia*, congedandoci definitivamente, catapultandoci nuovamente nel 'nostro' mondo, che ci sembrerà non aver mai abbandonato.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>Può una band aspirare alla perfezione con il suo album di debutto? Se il gruppo in questione si chiama Pain Of Salvation la risposta è una sola: si.<br />
<br />
Era il lontano 1997 quando la mente geniale di Daniel Gildenlöw e le capacità tecniche dell'allora quintetto svedese (con Daniel Madgic al posto dell'attuale chitarrista Johan Hallgren) sfornanoro questo CD.<br />
La storia che accompagna la sua pubblicazione, però, non è del tutto rosea: in quell'anno, infatti, venne fatto uscire in Giappone (per la Avalon) e, solo dopo un grande successo nel paese del Sol Levante, iniziò a spopolare 'all'estero': in Europa arrivò nel Settembre del 1999 (addirittura nel 2000 in America) sotto distribuzione della InsideOut Music.<br />
Già dal primo ascolto la qualità della composizione, sotto ogni punto di vista, lasciava presagire quale sarebbe stato il futuro della band.<br />
<br />
Riguardo al nome dell'opera, si tratta di un <i>portmanteau</i> delle parole 'Entropy' e 'Utopia' stante a rappresentare un mondo immaginario (molto simile al nostro) nel quale la storia, trattandosi di un Concept Album, si svolge.<br />
La vicenda, come disse Daniel in un'intervista: “<i>[...]is pretty hard to grasp. It is about a family in a war situation, about a father that fails to protect his family, about a child who needs a father and not a soldier, about a society that kills and excludes and then takes its hand away from the remains in shock of what it has become.</i>”<br />
Tema che, tutto sommato, può essere considerato attuale ora, come quattordici anni fa (a quel tempo era in corso la guerra in Kosovo).<br />
<br />
L'album si apre con una traccia introduttiva chiamata <b>! (Foreword)</b> dove Gildenlöw, vestiti i panni di uno scaltro presentatore, ci invita dall'alto di un palco a seguirlo in un mondo dove 'un bambino è appena morto, ennesima vittima dei conflitti infiniti dell'uomo'.<br />
La seconda canzone (<i>Welcome To Entropia</i>) è come un passaggio interdimensionale che ci fa approdare, strumentalmente, nella vera narrazione che inizia con <b>Winning A War</b> che, nella prima strofa, ci descrive un assoluto paradiso, per poi passare all'inferno causato dallo scoppio del conflitto ed alla solitudine di un bambino che chiede alla madre perchè il padre, soldato, lo stà lasciando.<br />
Il resto dell'album ci trascina in un mondo dove la desolazione, la paura e lo sconforto regnano facendosi strada tra nodi tortuosi, a volte anche troppo, di intrecci tra le potenti ritmiche di chitarra, i maestosi giri di basso (di cui ne è un chiaro esempio  l'intro di <b>People Passing By</b>) e la voce tanto angelica quanto diabolica di un camaleontico Daniel Gildenlöw che, così come aveva iniziato, ci saluta con <b>Leaving Entropia</b>, congedandoci definitivamente, catapultandoci nuovamente nel 'nostro' mondo, che ci sembrerà non aver mai abbandonato.</div>

]]></content:encoded>
			<category domain="http://www.unprogged.com/forumdisplay.php?f=63">Retrospettive</category>
			<dc:creator>Joele Turchi</dc:creator>
			<guid isPermaLink="true">http://www.unprogged.com/showthread.php?t=6655</guid>
		</item>
		<item>
			<title>(Full / 200X) Opeth</title>
			<link>http://www.unprogged.com/showthread.php?t=6639&amp;goto=newpost</link>
			<pubDate>Tue, 20 Sep 2011 00:04:01 GMT</pubDate>
			<description><![CDATA[Molti considerano Blackwater Park come il punto di svolta della carriera degli Opeth, l'album che è riuscito a tutti gli effetti ad attribuire al gruppo svedese un importante spazio nell'Olimpo della musica metal.
A due anni dalla sua uscita però,  sotto consiglio di Jonas Renske (Katatonia), gli Opeth decisero di pubblicare due album correlati: *Deliverance* e, appunto, *Damnation*.
Il progetto era quello di inserire nel primo le sonorità classiche pre-Still Life e nel secondo le tracce acustiche e più tendenti alla cultura musicale progressive.
Essendo frutto di un lavoro unico (di fatti i due album vennero composti e registrati assieme) l'allora casa produttrice Music For Nations decise di fornire alla band un budget limitato ad un disco solo.
Il risultato fu un opera di assoluto valore artistico-compositivo e di un elevata qualità di registrazione-mixaggio (e non poteva essere altrimenti considerando che dietro i vetri dei Nacksving e Fredman Studios c'era un certo Steven Wilson).
Dovendo elaborare una recensione sarebbe corretto considerare entrambi gli album, ma vorrei soffermarmi solo su Damnation perchè se Deliverance rappresenta un costante ancoraggio al passato musicale della band caratterizzato da una forte tendenza al Death Metal, il suo gemello può essere preso in analisi considerandolo come il proseguio di un cammino intrapreso dalla band da Blackwater Park e portato all'apice da Ghost Reveries.
Leggere influenze fusion e jazz, infatti, iniziano a farsi sentire dandoci un assaggio di ciò che sarà il futuro compositivo della band.
Damnation però non si discosta totalmente da quello che è oramai diventato lo stile caratteristico della band svedese ma, anzi, ne esalta le sfaccettature e le atmosfere, amplificante all'ennesima potenza con l'uso di chitarre pulite (maggiormente acustiche) o semidistorte e i classici accordi dissonanti e con la linea vocale (senza growl) di Mikael Åkerfeldt contribuiscono esponenzialmente a questo scopo.
Il basso e la batteria (del rimpianto, ma non troppo, Martin Lopez) si amalgamano, come sempre, ottimamente con tutto il resto riuscendo a scandire perfettamente i ritmi ed i crescendo delle varie canzoni.
Degne di nota sono *Death Wispered A Lullaby*, composta assieme a Wilson, capace di prendere per mano l'ascoltatore, trasportandolo in un sogno astratto cullandolo con quel ridondande 'Sleep My Child' cantanto con una grazia quasi materna, e *In My Time Of Need *caratterizzata da una linea vocale terzinata nelle strofe ed un ritornello aggrazziato da uno splendido accompagnamento di basso e tastiera.
Ancora una volta, dunque, gli Opeth ci regalano un album che, ascoltato tutto d'un fiato dalla traccia d'apertura Windowpane all'ultima Weakness, dona la sensazione di entrare in un mondo fatto di schiaffi e carezze, di bianco e di nero, di giorno e di notte, un mondo dove nulla e ciò come sembra, ma di cui non vorremmo mai fare a meno.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>Molti considerano Blackwater Park come il punto di svolta della carriera degli Opeth, l'album che è riuscito a tutti gli effetti ad attribuire al gruppo svedese un importante spazio nell'Olimpo della musica metal.<br />
A due anni dalla sua uscita però,  sotto consiglio di Jonas Renske (Katatonia), gli Opeth decisero di pubblicare due album correlati: <b>Deliverance</b> e, appunto, <b>Damnation</b>.<br />
Il progetto era quello di inserire nel primo le sonorità classiche pre-Still Life e nel secondo le tracce acustiche e più tendenti alla cultura musicale progressive.<br />
Essendo frutto di un lavoro unico (di fatti i due album vennero composti e registrati assieme) l'allora casa produttrice Music For Nations decise di fornire alla band un budget limitato ad un disco solo.<br />
Il risultato fu un opera di assoluto valore artistico-compositivo e di un elevata qualità di registrazione-mixaggio (e non poteva essere altrimenti considerando che dietro i vetri dei Nacksving e Fredman Studios c'era un certo Steven Wilson).<br />
Dovendo elaborare una recensione sarebbe corretto considerare entrambi gli album, ma vorrei soffermarmi solo su Damnation perchè se Deliverance rappresenta un costante ancoraggio al passato musicale della band caratterizzato da una forte tendenza al Death Metal, il suo gemello può essere preso in analisi considerandolo come il proseguio di un cammino intrapreso dalla band da Blackwater Park e portato all'apice da Ghost Reveries.<br />
Leggere influenze fusion e jazz, infatti, iniziano a farsi sentire dandoci un assaggio di ciò che sarà il futuro compositivo della band.<br />
Damnation però non si discosta totalmente da quello che è oramai diventato lo stile caratteristico della band svedese ma, anzi, ne esalta le sfaccettature e le atmosfere, amplificante all'ennesima potenza con l'uso di chitarre pulite (maggiormente acustiche) o semidistorte e i classici accordi dissonanti e con la linea vocale (senza growl) di Mikael Åkerfeldt contribuiscono esponenzialmente a questo scopo.<br />
Il basso e la batteria (del rimpianto, ma non troppo, Martin Lopez) si amalgamano, come sempre, ottimamente con tutto il resto riuscendo a scandire perfettamente i ritmi ed i crescendo delle varie canzoni.<br />
Degne di nota sono <b>Death Wispered A Lullaby</b>, composta assieme a Wilson, capace di prendere per mano l'ascoltatore, trasportandolo in un sogno astratto cullandolo con quel ridondande '<i>Sleep My Child</i>' cantanto con una grazia quasi materna, e <b>In My Time Of Need </b>caratterizzata da una linea vocale terzinata nelle strofe ed un ritornello aggrazziato da uno splendido accompagnamento di basso e tastiera.<br />
Ancora una volta, dunque, gli Opeth ci regalano un album che, ascoltato tutto d'un fiato dalla traccia d'apertura Windowpane all'ultima Weakness, dona la sensazione di entrare in un mondo fatto di schiaffi e carezze, di bianco e di nero, di giorno e di notte, un mondo dove nulla e ciò come sembra, ma di cui non vorremmo mai fare a meno.</div>

]]></content:encoded>
			<category domain="http://www.unprogged.com/forumdisplay.php?f=63">Retrospettive</category>
			<dc:creator>Joele Turchi</dc:creator>
			<guid isPermaLink="true">http://www.unprogged.com/showthread.php?t=6639</guid>
		</item>
		<item>
			<title>(Full / 60s-90s) High Tide</title>
			<link>http://www.unprogged.com/showthread.php?t=6401&amp;goto=newpost</link>
			<pubDate>Sun, 29 May 2011 18:31:34 GMT</pubDate>
			<description><![CDATA[Sul finire degli anni 60, dopo l’estate dell’amore e il fango di Woodstock, è tempo di grandi cambiamenti, che destabilizzeranno per sempre il mondo della musica rock; cambiano le atmosfere, non più festose e libere: segnate dal tempo, si fanno più lugubri e intimiste. 
Dalle immagini lisergiche si passa all’urlo disperato del Crimson King.
Sempre in quegli anni, si muove un gruppo seminale, imitatissimo ma con una vita brevissima: gli *High Tide*.

In pochi anni, la band di *Tony Hill * creerà 2 dischi a dir poco rivoluzionari, per le tematiche oscure e la musica innovativa, pesante ma con una fortissima connotazione melodica.
Nel loro ruolo di precursori, genereranno tanta confusione e i critici avranno sempre difficoltà a collocarli, ma quello che importa è ciò che il quartetto è riuscito a produrre: l’imponente disco di debutto del '69 e il secondo disco  autointitolato, uscito circa un anno dopo: un condensato di maestria,improvvisazione, tra parti meditative,melodie classiche e tanto rock duro. Si tratta di un concept oscuro incentrato sulla mente umana, condotto con la più assoluta mescolanza di soluzioni da due guide d’eccezione: il già citato Hill alla voce e alla sua acidissima chitarra e dil grandissimo Simon House al violino, spettrale e di sicuro effetto. La struttura dei 3 pezzi che compongono High Tide è quanto mai ardua da interpretare: pochi interventi vocali e lunghissime improvvisazioni dei due strumenti guida, tanto che l’iniziale *Blankman Cries Again* è circolare e ipnotica, pervasa di lisergici, lunghissimi soli e stacchi all’unisono, fino all' epicissimo finale, che ci porta verso il primo dei capolavori assoluti del disco. The Joke si apre con una costruzione di chitarre e violino quanto mai onirica, che esplode con l’ingresso del resto della band in una successione di riff pesantissimi che ricorda gli unisoni Fripp/Mc Donald nell’esordio del Re Cremisi. E’ impressionante come il gruppo riesca a passare da un pezzo libero e interpretato come il precedente a uno strutturato in maniera quasi matematica. La bellezza delle melodie e l’esplodere dei soli ci porta al manifesto di House, una lunga fuga violino e chitarra acustica che delizia, nel suo essere sognante e allo stesso tempo inquietante. La lunga coda sfoccia in *Saneoymous*, che parte pesante come un macigno: se non fosse per il riconoscibile impatto sonoro, i pezzi tra loro si differenzierebbero talmente tanto da darci tre differenti visioni del suono degli High Tide.
La suite finale è davvero un trionfo di soluzioni, pulite e melodiche, contrapposte a suoni pesantissimi in un vero e proprio trionfo di distorsioni decisamente heavy.

Evitiamo proprio di catalogare gli High Tide, pensiamo invece, ascoltando questo disco, quante cose ci verranno in mente, quanti nomi, quante altre canzoni; solo così capiremo l’importanza embrionale di questo lavoro, di questa ensemble poco noto ai più ma seminale nella storia della musica, scaricati dall’industria discografica perché decisamente troppo oltre rispetto al periodo, ma certamente autori del miglior connubio tra progressive e hard Rock che si ricordi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>Sul finire degli anni 60, dopo l’estate dell’amore e il fango di Woodstock, è tempo di grandi cambiamenti, che destabilizzeranno per sempre il mondo della musica rock; cambiano le atmosfere, non più festose e libere: segnate dal tempo, si fanno più lugubri e intimiste. <br />
Dalle immagini lisergiche si passa all’urlo disperato del Crimson King.<br />
Sempre in quegli anni, si muove un gruppo seminale, imitatissimo ma con una vita brevissima: gli <b>High Tide</b>.<br />
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In pochi anni, la band di <b>Tony Hill </b> creerà 2 dischi a dir poco rivoluzionari, per le tematiche oscure e la musica innovativa, pesante ma con una fortissima connotazione melodica.<br />
Nel loro ruolo di precursori, genereranno tanta confusione e i critici avranno sempre difficoltà a collocarli, ma quello che importa è ciò che il quartetto è riuscito a produrre: l’imponente disco di debutto del '69 e il secondo disco  autointitolato, uscito circa un anno dopo: un condensato di maestria,improvvisazione, tra parti meditative,melodie classiche e tanto rock duro. Si tratta di un concept oscuro incentrato sulla mente umana, condotto con la più assoluta mescolanza di soluzioni da due guide d’eccezione: il già citato Hill alla voce e alla sua acidissima chitarra e dil grandissimo Simon House al violino, spettrale e di sicuro effetto. La struttura dei 3 pezzi che compongono High Tide è quanto mai ardua da interpretare: pochi interventi vocali e lunghissime improvvisazioni dei due strumenti guida, tanto che l’iniziale <b>Blankman Cries Again</b> è circolare e ipnotica, pervasa di lisergici, lunghissimi soli e stacchi all’unisono, fino all' epicissimo finale, che ci porta verso il primo dei capolavori assoluti del disco. The Joke si apre con una costruzione di chitarre e violino quanto mai onirica, che esplode con l’ingresso del resto della band in una successione di riff pesantissimi che ricorda gli unisoni Fripp/Mc Donald nell’esordio del Re Cremisi. E’ impressionante come il gruppo riesca a passare da un pezzo libero e interpretato come il precedente a uno strutturato in maniera quasi matematica. La bellezza delle melodie e l’esplodere dei soli ci porta al manifesto di House, una lunga fuga violino e chitarra acustica che delizia, nel suo essere sognante e allo stesso tempo inquietante. La lunga coda sfoccia in <b>Saneoymous</b>, che parte pesante come un macigno: se non fosse per il riconoscibile impatto sonoro, i pezzi tra loro si differenzierebbero talmente tanto da darci tre differenti visioni del suono degli High Tide.<br />
La suite finale è davvero un trionfo di soluzioni, pulite e melodiche, contrapposte a suoni pesantissimi in un vero e proprio trionfo di distorsioni decisamente heavy.<br />
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Evitiamo proprio di catalogare gli High Tide, pensiamo invece, ascoltando questo disco, quante cose ci verranno in mente, quanti nomi, quante altre canzoni; solo così capiremo l’importanza embrionale di questo lavoro, di questa ensemble poco noto ai più ma seminale nella storia della musica, scaricati dall’industria discografica perché decisamente troppo oltre rispetto al periodo, ma certamente autori del miglior connubio tra progressive e hard Rock che si ricordi.</div>

]]></content:encoded>
			<category domain="http://www.unprogged.com/forumdisplay.php?f=63">Retrospettive</category>
			<dc:creator>Luca Fois</dc:creator>
			<guid isPermaLink="true">http://www.unprogged.com/showthread.php?t=6401</guid>
		</item>
		<item>
			<title>(Full / 200X) Spiral Architect</title>
			<link>http://www.unprogged.com/showthread.php?t=6386&amp;goto=newpost</link>
			<pubDate>Sun, 22 May 2011 23:21:01 GMT</pubDate>
			<description><![CDATA[1993, Oslo, Norvegia. Dalle ceneri della band Anesthesia, orientata verso i classici dell'heavy metal, si forma una nuova band: i membri dei neonati Spiral Architect sono, a quest'altezza cronologica, i tre ex-membri degli Anesthesia (il chitarrista Kaj Gornitzka, il bassitsa Lars K. Norberg, il batterista Asgeir Mickelson) e Steinar Gundersen, ex-chitarrista di un'altra band locale, i King's Quest. Dal metal classico il quartetto si va spostando verso lidi più progressive: in un'intervista del 1996 (http://www.chroniclesofchaos.com/articles/chats/1-52_spiral_architect.aspx), Norberg dichiara un condiviso interesse dei membri del gruppo per “le bands più innovative dell'heavy metal”: è il nodo dal quale si dipana la quasi decennale vicenda di “A Sceptic's Universe”. “Le loro influenze includono Psychotic Waltz, Cynic, WatchTower, Queensryche, Death, Fates Warning, Rush, e Dream Theater”. Ed è ancora in territorio progressive che la band trova Øyvind Hægeland, cantante dei Manitou, nel 1996. 

Dal racconto di Norberg (http://www.ultimatemetal.com/forum/spiral-architect/216214-sceptics-universe-songwriting-process.html) pubblicato sul forum della band a fine 2005, che documenta puntigliosamente le varie fasi del processo compositivo, apprendiamo che questo era già stato avviato prima dell'integrazione in formazione di Hægeland, con la preparazione della demo del 1995. Improvvisazione e composizione collettiva sono il modo di costruzione di questa prima fase: nasce la prima versione edita di “Fountainhead”, con Kaj Gornitzka a provvedere all'arrangiamento vocale e al testo. L'ingresso di Hægeland nel 1996 coincide con l'avvio dei lavori in vista dell'album: “Spinning” viene composta abbastanza rapidamente dalle insicurezze su due brani precedentemente in costruzione, uno dei quali essenzialmente opera di Norberg; “Adaptability”, da un'idea di Gornitzka, ha invece uno sviluppo agitato, tormentato, che procede quasi fin dentro lo studio di registrazione. 

1997. Ben tre vicende compositive differenti contraddistinguono il lavoro dei tre brani composti in questa fase: “Conjuring Collapse” nasce da un montaggio di riffs tratti da campionamenti di Hægeland e riffs costruiti appositamente (“questa canzone era quasi come un puzzle”); “Insect” nasce da un'idea di testo partorita da Norberg, che la usa come traccia per comporre in strategia quella miriade di “specifici obiettivi” (tecnici, anzitutto: il brano doveva imporsi come sorta di compendio dell'intero spettro di possibilità della band, dai riff “più selvaggiamente primitivi” alle soluzioni più “ultra-tech”); “Excessit”, da un'idea di Steinar, prese forma con la messa a punto del riff iniziale, quasi a delimitarla. E ancora, procedendo con l'inverno '97-'98: “Cloud Constructor” che viene compiuta subito prima dell'avvio delle registrazioni, ma pezzo per pezzo viene costruita dal 1992, con un palleggio tra Norberg e Hægeland che attraversa campionamenti, versioni di testo, riscritture; “Moving Spirit”, dichiaratamente “una canzone quasi anti-progressive, con un testo contraddittorio; cioè una canzone anti anti-progressive”; infine “Occam's Razor”, che dal midi si arricchisce dello stick suonato da Sean Malone semplicemente con l'invio di un ADAT al bassista dei Cynic.

Quanto scritto finora non voleva essere un'introduzione oziosa, quanto più un modo per mostrare la varietà di strategie di composizione adottate con lucidità geometrica dal gruppo. Comprendere l'approccio degli Spiral Architect alla materia musicale diventa fondamentale nel valutarne il prodotto finale.

Quella stessa varietà di modi compositivi si ritrova, infatti, nell'architettura implosiva dell'album nel suo complesso come nella struttura dei brani: lo sviluppo è quasi quello di un frattale aleatorio, infinitamente proliferante; le parole d'ordine sono “controlled anarchy” e “advanced-metal”, come si poteva leggere nello stesso sito ufficiale fino a qualche tempo fa. I testi proseguono poi il gioco di funambolismi tecnici e strutturali in una spirale di contraddetti (gli stessi che Norberg evoca a proposito del testo di “Moving Spirit”): la cattedrale infinita si svolge essenzialmente nella musica, in una sorta di jam session cristallizzata, ma procede in pinnacoli lirici in cui il paragone architettonico trova il suo compimento con l'onnipresenza tematica di Ayn Rand (che a sua volta sembra essere incalzata da Nietzsche in più punti, a pungolarla e contraddirla continuamente). Ed è come se il contraddirsi delle frasi, l'ingoiarsi di basso e chitarre, voce e midi, il mescolarsi continuo degli strumenti non trovasse fine né tematica, né estetica nei testi e persino nella copertina: tutto è teso a parlare di se stesso, ma la forma è sfuggente, reticolare, in continua, magmatica espansione in ogni direzione.

Da “Spinning” in poi, procedendo attraverso i passaggi più jazzy di “Excessit”, per l'orizzontalità tutta giostrata su rallentamenti e accelerazioni improvvise di “Moving Spirit”, per la sospensione midi di “Occam's Razor”, oltrepassando l'area in espansione che continuamente ingloba frasi, riffs, generi, licks, di “Insect” (vero microcosmo che rappresenta pienamente l'intero album: forse non è casuale la scelta di incastonarla esattamente a metà disco), lungo le imponenti linee strutturali di “Cloud Constructor”, ripiombando nel baratro spiraleggiante di “Conjuring Collapse” e “Adaptability”, naufragando al termine di “Fountainhead”: tutto è giocato – anche considerata la data di uscita del disco – in direzione decisamente anticlassica; si sistematizza, di fatto, ciò che agli albori del prog metal (tra Watchtower e Atheist) veniva ancora maneggiato con difficoltà; si procede sui binari del technical death per intercettare la sequenza del classicismo theateriano, evidenziandone i limiti, il rischio di giungere a forme eccessivamente manierate, ancor più stucchevoli perché con pretese di mobilità. A questo rischio manieristico “A Sceptic's Universe” oppone una forma viva, tumorale, continuamente tesa a oltrepassare ogni limite (i testi di “Spinning” e “Moving Spirit”, in questo senso, fanno da manifesto) e a contraddire anche se stessa pur di procedere nel proprio svolgersi (di fatto, dunque, ponendosi forse in un'ottica più da post-strutturalismo francese che da oggettivismo randiano: c'è forse da intravedere una crisi del soggetto incalzante dietro ogni verso dei brani). 

Il limite di questo disco è il limite del cerchio di Escher: ogni inserto trova posto in spazi sempre più minuti, un horror vacui spietato e lucidissimo che ha come unico confine il ruolo imposto (cui non si intende rinunciare) di ascoltatore ed esecutore; si tratta di un soliloquio che riversa tutto il suo contenuto nella forma, e la forma risponde come materia organica in immagini limpide ma di estrema mobilità. Una mobilità che non cessa di palesare la sua ambiguità ad ogni ascolto, ancora a undici anni di distanza dall'uscita, ancora come oggetto che nel prog metal ha tutt'oggi un peso ineguagliabile. Signori: così si fa un capolavoro.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>1993, Oslo, Norvegia. Dalle ceneri della band Anesthesia, orientata verso i classici dell'heavy metal, si forma una nuova band: i membri dei neonati Spiral Architect sono, a quest'altezza cronologica, i tre ex-membri degli Anesthesia (il chitarrista Kaj Gornitzka, il bassitsa Lars K. Norberg, il batterista Asgeir Mickelson) e Steinar Gundersen, ex-chitarrista di un'altra band locale, i King's Quest. Dal metal classico il quartetto si va spostando verso lidi più progressive: <a href="http://www.chroniclesofchaos.com/articles/chats/1-52_spiral_architect.aspx" target="_blank">in un'intervista del 1996</a>, Norberg dichiara un condiviso interesse dei membri del gruppo per “le bands più innovative dell'heavy metal”: è il nodo dal quale si dipana la quasi decennale vicenda di “A Sceptic's Universe”. “Le loro influenze includono Psychotic Waltz, Cynic, WatchTower, Queensryche, Death, Fates Warning, Rush, e Dream Theater”. Ed è ancora in territorio progressive che la band trova Øyvind Hægeland, cantante dei Manitou, nel 1996. <br />
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Dal <a href="http://www.ultimatemetal.com/forum/spiral-architect/216214-sceptics-universe-songwriting-process.html" target="_blank">racconto di Norberg</a> pubblicato sul forum della band a fine 2005, che documenta puntigliosamente le varie fasi del processo compositivo, apprendiamo che questo era già stato avviato prima dell'integrazione in formazione di Hægeland, con la preparazione della demo del 1995. Improvvisazione e composizione collettiva sono il modo di costruzione di questa prima fase: nasce la prima versione edita di “Fountainhead”, con Kaj Gornitzka a provvedere all'arrangiamento vocale e al testo. L'ingresso di Hægeland nel 1996 coincide con l'avvio dei lavori in vista dell'album: “Spinning” viene composta abbastanza rapidamente dalle insicurezze su due brani precedentemente in costruzione, uno dei quali essenzialmente opera di Norberg; “Adaptability”, da un'idea di Gornitzka, ha invece uno sviluppo agitato, tormentato, che procede quasi fin dentro lo studio di registrazione. <br />
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1997. Ben tre vicende compositive differenti contraddistinguono il lavoro dei tre brani composti in questa fase: “Conjuring Collapse” nasce da un montaggio di riffs tratti da campionamenti di Hægeland e riffs costruiti appositamente (“questa canzone era quasi come un puzzle”); “Insect” nasce da un'idea di testo partorita da Norberg, che la usa come traccia per comporre in strategia quella miriade di “specifici obiettivi” (tecnici, anzitutto: il brano doveva imporsi come sorta di compendio dell'intero spettro di possibilità della band, dai riff “più selvaggiamente primitivi” alle soluzioni più “ultra-tech”); “Excessit”, da un'idea di Steinar, prese forma con la messa a punto del riff iniziale, quasi a delimitarla. E ancora, procedendo con l'inverno '97-'98: “Cloud Constructor” che viene compiuta subito prima dell'avvio delle registrazioni, ma pezzo per pezzo viene costruita dal 1992, con un palleggio tra Norberg e Hægeland che attraversa campionamenti, versioni di testo, riscritture; “Moving Spirit”, dichiaratamente “una canzone quasi anti-progressive, con un testo contraddittorio; cioè una canzone anti anti-progressive”; infine “Occam's Razor”, che dal midi si arricchisce dello stick suonato da Sean Malone semplicemente con l'invio di un ADAT al bassista dei Cynic.<br />
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Quanto scritto finora non voleva essere un'introduzione oziosa, quanto più un modo per mostrare la varietà di strategie di composizione adottate con lucidità geometrica dal gruppo. Comprendere l'approccio degli Spiral Architect alla materia musicale diventa fondamentale nel valutarne il prodotto finale.<br />
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Quella stessa varietà di modi compositivi si ritrova, infatti, nell'architettura implosiva dell'album nel suo complesso come nella struttura dei brani: lo sviluppo è quasi quello di un frattale aleatorio, infinitamente proliferante; le parole d'ordine sono “controlled anarchy” e “advanced-metal”, come si poteva leggere nello stesso sito ufficiale fino a qualche tempo fa. I testi proseguono poi il gioco di funambolismi tecnici e strutturali in una spirale di contraddetti (gli stessi che Norberg evoca a proposito del testo di “Moving Spirit”): la cattedrale infinita si svolge essenzialmente nella musica, in una sorta di jam session cristallizzata, ma procede in pinnacoli lirici in cui il paragone architettonico trova il suo compimento con l'onnipresenza tematica di Ayn Rand (che a sua volta sembra essere incalzata da Nietzsche in più punti, a pungolarla e contraddirla continuamente). Ed è come se il contraddirsi delle frasi, l'ingoiarsi di basso e chitarre, voce e midi, il mescolarsi continuo degli strumenti non trovasse fine né tematica, né estetica nei testi e persino nella copertina: tutto è teso a parlare di se stesso, ma la forma è sfuggente, reticolare, in continua, magmatica espansione in ogni direzione.<br />
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Da “Spinning” in poi, procedendo attraverso i passaggi più jazzy di “Excessit”, per l'orizzontalità tutta giostrata su rallentamenti e accelerazioni improvvise di “Moving Spirit”, per la sospensione midi di “Occam's Razor”, oltrepassando l'area in espansione che continuamente ingloba frasi, riffs, generi, licks, di “Insect” (vero microcosmo che rappresenta pienamente l'intero album: forse non è casuale la scelta di incastonarla esattamente a metà disco), lungo le imponenti linee strutturali di “Cloud Constructor”, ripiombando nel baratro spiraleggiante di “Conjuring Collapse” e “Adaptability”, naufragando al termine di “Fountainhead”: tutto è giocato – anche considerata la data di uscita del disco – in direzione decisamente anticlassica; si sistematizza, di fatto, ciò che agli albori del prog metal (tra Watchtower e Atheist) veniva ancora maneggiato con difficoltà; si procede sui binari del technical death per intercettare la sequenza del classicismo theateriano, evidenziandone i limiti, il rischio di giungere a forme eccessivamente manierate, ancor più stucchevoli perché con pretese di mobilità. A questo rischio manieristico “A Sceptic's Universe” oppone una forma viva, tumorale, continuamente tesa a oltrepassare ogni limite (i testi di “Spinning” e “Moving Spirit”, in questo senso, fanno da manifesto) e a contraddire anche se stessa pur di procedere nel proprio svolgersi (di fatto, dunque, ponendosi forse in un'ottica più da post-strutturalismo francese che da oggettivismo randiano: c'è forse da intravedere una crisi del soggetto incalzante dietro ogni verso dei brani). <br />
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Il limite di questo disco è il limite del cerchio di Escher: ogni inserto trova posto in spazi sempre più minuti, un horror vacui spietato e lucidissimo che ha come unico confine il ruolo imposto (cui non si intende rinunciare) di ascoltatore ed esecutore; si tratta di un soliloquio che riversa tutto il suo contenuto nella forma, e la forma risponde come materia organica in immagini limpide ma di estrema mobilità. Una mobilità che non cessa di palesare la sua ambiguità ad ogni ascolto, ancora a undici anni di distanza dall'uscita, ancora come oggetto che nel prog metal ha tutt'oggi un peso ineguagliabile. Signori: così si fa un capolavoro.</div>

]]></content:encoded>
			<category domain="http://www.unprogged.com/forumdisplay.php?f=63">Retrospettive</category>
			<dc:creator>Enrico Gullo</dc:creator>
			<guid isPermaLink="true">http://www.unprogged.com/showthread.php?t=6386</guid>
		</item>
		<item>
			<title>(Full / 200X) Bubu</title>
			<link>http://www.unprogged.com/showthread.php?t=6373&amp;goto=newpost</link>
			<pubDate>Sun, 15 May 2011 09:40:33 GMT</pubDate>
			<description>Ci sono stati, negli anni ’70, popoli che lontani tra loro hanno condiviso la passione per uno stile di musica, il cosidetto progressive (anche se la definizione è postuma), che univa rock, musica classica, psichedelia, jazz, folk, in un meltin pot sonoro estremamente variegato e variopinto. Abbattere certi confini per crearne di nuovi. E così è stato se si pensa che il “morbo” progressivo contagiò non solo i paesi occidentali ,dove effettivamente tutto il movimento si è creato, con Gran Bretagna in testa seguita a ruota da Italia, Germania e Francia ma si interessarono alle nuove sonorità le più disparate nazioni, con risultati anche davvero ottimi. Leggenda vuole che diversi gruppi progressivi dell’ Europa dell’est abbiano avuto diversi problemi per quello stile musicale troppo occidentale… I *Fermata*, jazz rock band proveniente dalla Repubblica Ceca furono contrastati dall’allora regime comunista per l’introduzione di ritmi e sonorità occidentali; stessa sorte per i conterranei *Blue Effect* che furono addirittura costretti a modificare il loro monicker in Modry Efekt; i Yugoslavi *Korni Grupa Kornelyans* cercavano di non allungare troppo i loro brani per non crearsi problemi con il regime che non vedeva di buon occhio il loro amore per il progressive italiano; infine mi preme citare i rumeni Phoenix, gruppo dalla storia piuttosto bizzara e travagliata. Difatti partiti come *Sfintii *(I Santi) nel 1962 sono costretti dal regime a cambiare nome per poter suonare ancora, salvo poi vedere una loro opera del 1973 boicottata con tagli tali da ridurre il disco ad ep. Si narra addirittura di fughe dal paese nascosti nelle custodie degli amplificatori! 
Questa rubrica però si vuole occupare prettamente di un continente che ha accolto gli imput provenienti soprattutto dall’Inghilterra e dall’Italia e li ha rivisitati alla luce di una cultura, anche popolare, che non ha eguali, il *Sud America*. Ogni paese del Sud America ha dato un contributo importante trapiantando in un proprio codice genetico certi suoni che avevano fatto breccia nei cuori degli appassionati europei, impastando il tutto con colori e umori tipici della propria terra. Ovviamente anche qui ci sono stati casi più eclatanti e imitatori, gruppi fondamentali e altri trascurabili. Si cercherà di volta in volta di portare a galla realtà rimaste nascoste o poco conosciute ai più, senza avere la presunzione di poter dare una visione totale della scena progressiva del Sud America, ma solamente cercando di condividere con voi lettori una passione per un mondo sonoro ancora tutto da scoprire. La band che ha l’onore di aprire questa rubrica è quella dei *Bubu*, argentini artefici di un unico e sublime disco, Anabelas, del 1978.
Mentre in Europa il rock progressivo iniziava a leccarsi le ferite, spazzato via dalla voglia di tornare ad un sound più asciutto e immediato dettato dalle nuove tendenze del punk e della new wave in Argentina il movimento progressivo, pur se molto underground, aveva ancora delle cartucce da sparare. E che cartucce verrebbe da dire ascoltando l’esordio dei Bubu, uno di quei lavori di cui è difficile non innamorarsi. Si parte subito con il pezzo forte dell’album, la suite strumentale di 20 minuti circa El Cortejo de un dia amarillo, dove si sprecano i cambi di tempo e di atmosfera nella ricca strumentazione a disposizione degli argentini, in un suono che sovrappone con sorprendente armonia il sax di *Win Fortsman*, il violino di *Sergio Polizzi*, il flauto di *Cecilia Tenconi* e la chitarra di *Eduardo Rogatti*. A volte questo articolato assortimento sonoro ricorda la follia calcolata di *Frank Zappa* e la complessità strutturale dei migliori *Gentle Giant*. Un rischio che pare calcolato vista la grande dimestichezza tecnica di cui dispongono i Bubu, perché anche quando il pezzo sembra senza una precisa direzione spunta sempre il colpo d’ali che rimette in riga le cose. E questa è caratteristica spesso dei grandi. Inoltre i confini il cui si muove la suite è spesso labile. Oltre al già citato Zappa e ai Gentle Giant i Bubu si avvicinano anche ai *King Crimson*, soprattutto grazie alla fantasiosa sezione ritmica formata da *Eduardo Fleke Folino *al basso ed *Eduardo Fleke Corbella *alla batteria e al jazz rock dei *Soft Machine.* In un quadro così variegato i Bubu si muovono con classe e qualità riuscendo a creare un brano immortale di tutto il rock progressivo, non solo di quello sudamericano. Anche la seconda traccia, El viaje de Anabelas, è piuttosto lunga e complessa, con i suoi 11 minuti di durata. L’inizio vede protagonista *Polizzi *con il suo flauto a cui ben presto si accorpano il violino e il sax, finchè non si giunge al primo e lirico momento cantato da parte di *Petty Guelache*. Ma è solo un attimo perché subito la band si tuffa con foga a creare un altro grandissimo afflatto strumentale, con i fiati e il violino a rimarcare con forza la tensione espressiva che davvero caratterizza tutto il brano, con richiami al progressive dark dei *Van Der **Graaf Generator*, al jazz e al *Canterbury sound.* Chiude l’album Suenos de Maniqui, imprevedibile traccia che alterna accelerazioni frenetiche ma ragionate in cui chitarra e violino si lanciano in una folle corsa a grande velocità e momenti più sobri in cui si fa valere anche *Guelache *che risulta molto espressivo e “caldo”. Stupisce la simbiosi tra le parti più furiose e psichedeliche con una sorta di romanticismo magico che lega la terra di appartenenza con i *Jethro Tull *più ispirati. 
Anabelas è un disco completo, emozionale, memorabile. Non ci sono cali di tensione o momenti insignificanti, e la tavolozza sonora utilizzata è invidiabile. Le grandi doti tecniche di cui dispongono gli consente di passare con facilità dal progressive sinfonico alla psichedelia, passando attraverso la fusion e il jazz rock, senza dimenticare un certo fascino tipico dell’ America Latina dettato da alcune atmosfere e dal cantato spagnolo. Un piccolo tesoro nascosto che purtroppo come spesso è capitato non ha avuto un seguito, ma che si deve preservare dalla scomparsa. Tenere viva la memoria aiuta.</description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>Ci sono stati, negli anni ’70, popoli che lontani tra loro hanno condiviso la passione per uno stile di musica, il cosidetto progressive (anche se la definizione è postuma), che univa rock, musica classica, psichedelia, jazz, folk, in un meltin pot sonoro estremamente variegato e variopinto. Abbattere certi confini per crearne di nuovi. E così è stato se si pensa che il “morbo” progressivo contagiò non solo i paesi occidentali ,dove effettivamente tutto il movimento si è creato, con Gran Bretagna in testa seguita a ruota da Italia, Germania e Francia ma si interessarono alle nuove sonorità le più disparate nazioni, con risultati anche davvero ottimi. Leggenda vuole che diversi gruppi progressivi dell’ Europa dell’est abbiano avuto diversi problemi per quello stile musicale troppo occidentale… I <b>Fermata</b>, jazz rock band proveniente dalla Repubblica Ceca furono contrastati dall’allora regime comunista per l’introduzione di ritmi e sonorità occidentali; stessa sorte per i conterranei <b>Blue Effect</b> che furono addirittura costretti a modificare il loro monicker in Modry Efekt; i Yugoslavi <b>Korni Grupa Kornelyans</b> cercavano di non allungare troppo i loro brani per non crearsi problemi con il regime che non vedeva di buon occhio il loro amore per il progressive italiano; infine mi preme citare i rumeni Phoenix, gruppo dalla storia piuttosto bizzara e travagliata. Difatti partiti come <b>Sfintii </b>(I Santi) nel 1962 sono costretti dal regime a cambiare nome per poter suonare ancora, salvo poi vedere una loro opera del 1973 boicottata con tagli tali da ridurre il disco ad ep. Si narra addirittura di fughe dal paese nascosti nelle custodie degli amplificatori! <br />
Questa rubrica però si vuole occupare prettamente di un continente che ha accolto gli imput provenienti soprattutto dall’Inghilterra e dall’Italia e li ha rivisitati alla luce di una cultura, anche popolare, che non ha eguali, il <b>Sud America</b>. Ogni paese del Sud America ha dato un contributo importante trapiantando in un proprio codice genetico certi suoni che avevano fatto breccia nei cuori degli appassionati europei, impastando il tutto con colori e umori tipici della propria terra. Ovviamente anche qui ci sono stati casi più eclatanti e imitatori, gruppi fondamentali e altri trascurabili. Si cercherà di volta in volta di portare a galla realtà rimaste nascoste o poco conosciute ai più, senza avere la presunzione di poter dare una visione totale della scena progressiva del Sud America, ma solamente cercando di condividere con voi lettori una passione per un mondo sonoro ancora tutto da scoprire. La band che ha l’onore di aprire questa rubrica è quella dei <b>Bubu</b>, argentini artefici di un unico e sublime disco, <i>Anabelas</i>, del 1978.<br />
Mentre in Europa il rock progressivo iniziava a leccarsi le ferite, spazzato via dalla voglia di tornare ad un sound più asciutto e immediato dettato dalle nuove tendenze del punk e della new wave in Argentina il movimento progressivo, pur se molto underground, aveva ancora delle cartucce da sparare. E che cartucce verrebbe da dire ascoltando l’esordio dei Bubu, uno di quei lavori di cui è difficile non innamorarsi. Si parte subito con il pezzo forte dell’album, la suite strumentale di 20 minuti circa <i>El Cortejo de un dia amarillo</i>, dove si sprecano i cambi di tempo e di atmosfera nella ricca strumentazione a disposizione degli argentini, in un suono che sovrappone con sorprendente armonia il sax di <b>Win Fortsman</b>, il violino di <b>Sergio Polizzi</b>, il flauto di <b>Cecilia Tenconi</b> e la chitarra di <b>Eduardo Rogatti</b>. A volte questo articolato assortimento sonoro ricorda la follia calcolata di <b>Frank Zappa</b> e la complessità strutturale dei migliori <b>Gentle Giant</b>. Un rischio che pare calcolato vista la grande dimestichezza tecnica di cui dispongono i Bubu, perché anche quando il pezzo sembra senza una precisa direzione spunta sempre il colpo d’ali che rimette in riga le cose. E questa è caratteristica spesso dei grandi. Inoltre i confini il cui si muove la suite è spesso labile. Oltre al già citato Zappa e ai Gentle Giant i Bubu si avvicinano anche ai <b>King Crimson</b>, soprattutto grazie alla fantasiosa sezione ritmica formata da <b>Eduardo Fleke Folino </b>al basso ed <b>Eduardo Fleke Corbella </b>alla batteria e al jazz rock dei <b>Soft Machine.</b> In un quadro così variegato i Bubu si muovono con classe e qualità riuscendo a creare un brano immortale di tutto il rock progressivo, non solo di quello sudamericano. Anche la seconda traccia, <i>El viaje de Anabelas</i>, è piuttosto lunga e complessa, con i suoi 11 minuti di durata. L’inizio vede protagonista <b>Polizzi </b>con il suo flauto a cui ben presto si accorpano il violino e il sax, finchè non si giunge al primo e lirico momento cantato da parte di <b>Petty Guelache</b>. Ma è solo un attimo perché subito la band si tuffa con foga a creare un altro grandissimo afflatto strumentale, con i fiati e il violino a rimarcare con forza la tensione espressiva che davvero caratterizza tutto il brano, con richiami al progressive dark dei <b>Van Der </b><b>Graaf Generator</b>, al jazz e al <b>Canterbury sound.</b> Chiude l’album <i>Suenos de </i><i>Maniqui</i>, imprevedibile traccia che alterna accelerazioni frenetiche ma ragionate in cui chitarra e violino si lanciano in una folle corsa a grande velocità e momenti più sobri in cui si fa valere anche <b>Guelache </b>che risulta molto espressivo e “caldo”. Stupisce la simbiosi tra le parti più furiose e psichedeliche con una sorta di romanticismo magico che lega la terra di appartenenza con i <b>Jethro Tull </b>più ispirati. <br />
Anabelas è un disco completo, emozionale, memorabile. Non ci sono cali di tensione o momenti insignificanti, e la tavolozza sonora utilizzata è invidiabile. Le grandi doti tecniche di cui dispongono gli consente di passare con facilità dal progressive sinfonico alla psichedelia, passando attraverso la fusion e il jazz rock, senza dimenticare un certo fascino tipico dell’ America Latina dettato da alcune atmosfere e dal cantato spagnolo. Un piccolo tesoro nascosto che purtroppo come spesso è capitato non ha avuto un seguito, ma che si deve preservare dalla scomparsa. Tenere viva la memoria aiuta.</div>

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			<category domain="http://www.unprogged.com/forumdisplay.php?f=63">Retrospettive</category>
			<dc:creator>Luigi Cattaneo</dc:creator>
			<guid isPermaLink="true">http://www.unprogged.com/showthread.php?t=6373</guid>
		</item>
		<item>
			<title>(Full / 60s-90s) Gong</title>
			<link>http://www.unprogged.com/showthread.php?t=6334&amp;goto=newpost</link>
			<pubDate>Wed, 27 Apr 2011 01:47:38 GMT</pubDate>
			<description><![CDATA[I Gong sono una realtà che ormai dura da 42 anni: pensate che il fondatore indiscusso Daevid Allen è nato nel 1938 e posso dirvi che a 73 anni dal vivo riesce ancora a darti quel pizzico di genio e follia che nessuno riuscirebbe oggi a donarti.
La storia dei Gong è decisamente complessa e molto articolata, basta pensare che facendo una ricerca su internet si può trovare l’albero genealogico della Gong Global Family, quasi più intrecciato di quello dei Windsor.
La mente pensante o delirante, come preferite, di Daevid Allen, attorniato da ottimi strumentisti e dal chitarrista Steve Hillage (Uriel, Khan) ci regala un vero e proprio trip sonoro, un viaggio musicale fatto di suoni provenienti da altri pianeti, sperimentazioni sonore e vocalizzi alieni.
Flying Teapot è un concept album primo della trilogia The Radio Gnome Invisibile, a cui seguiranno Angel’s Egg e You.
Non è il classico album progressive quello che ascoltiamo, ma si presenta più come uno scrigno che al suo interno racchiude space rock, psichedelia e free jazz tenuti insieme dalla follia di Allen che dirige questa “schizofrenica” compagnia di musicisti.
L’album si apre con Radio Gnome Invisibile e già da qui possiamo capire dove vogliono andare a parare i Gong con questo lavoro.
Si viene letteralmente trasportati nel loro mondo, nella loro mente, nei loro trip musicali, voci effettate, echi lontani, sonorità orientali e tanta, tanta follia.
La ritmica è molto ben costruita e sostiene con brio, sassofoni, chitarre e sintetizzatori, sicuramente non è un album accessibile a tutti, ma una volta digerite alcune sonorità, vi assicuro che sarà difficile abbandonarli.
La seconda traccia, “Flying Teapot”, una suite di 12 minuti all’insegna dello space rock e del free jazz: si apre con suoni psichedelici distanti che lasciano il campo al basso, davvero ben eseguito e d’effetto, su cui ruotano chitarra e soli di fiati. I loop melodici vengono usati in maniera impeccabile: non è da tutti usarli e non stancare. Chiude la suite un solo di percussioni alla Larks’ Tongues in Aspic per capirci.
Segue “The Pot Head Pixies” terza traccia del lavoro, diciamo che mantiene una struttura strofa/ritornello/strofa cosa non molto comune in casa Gong. Complessivamente lineare salvo piccoli frammenti di “logica Gong” che la rendono divertente e frizzante.
Con “The Octave Doctors & The Crystal Machine” i sintetizzatori ci attraversano da parte a parte creando un effetto davvero stupendo e sognante, due minuti in cui Blake ci fa sentire che tutti servono alla messa delirante di casa Gong.
Apertura struggente per la penultima traccia “Zero The Hero & The Witch’s Spell”, chitarre aperte su di una sezione vocale che richiede disperatamente amore. 
Molto probabilmente il brano più vicino alle sonorità progressive canterburiane, continua il lavoro instancabile della sezione ritmica su cui si basa il solo di sax accentato da “schitarrate” dell’ottimo Hillage. La parte centrale è caratterizzata dagli “space whispers” di Gilli Smyth e nel finale d’effetto tornano le sonorità canterburiane con un loop davvero ben costruito.
Con “l’orgasmica” “Witch’s Song/I Am Your Pussy” si chiude il viaggio immaginifico della Gong Family, un brano brillante nelle sue multiformi parti caratterizzato dal sax e dalle chitarre che accompagnano la voce “farneticante” del grande Allen.
I Gong sono una band che lascia sgomenti…o li ami o li odi, sono un gruppo davvero unico, folle, divertente, controverso: con loro potreste usare tutti gli aggettivi più strani e molto probabilmente sarebbero tutti azzeccati.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>I Gong sono una realtà che ormai dura da 42 anni: pensate che il fondatore indiscusso Daevid Allen è nato nel 1938 e posso dirvi che a 73 anni dal vivo riesce ancora a darti quel pizzico di genio e follia che nessuno riuscirebbe oggi a donarti.<br />
La storia dei Gong è decisamente complessa e molto articolata, basta pensare che facendo una ricerca su internet si può trovare l’albero genealogico della Gong Global Family, quasi più intrecciato di quello dei Windsor.<br />
La mente pensante o delirante, come preferite, di Daevid Allen, attorniato da ottimi strumentisti e dal chitarrista Steve Hillage (Uriel, Khan) ci regala un vero e proprio trip sonoro, un viaggio musicale fatto di suoni provenienti da altri pianeti, sperimentazioni sonore e vocalizzi alieni.<br />
Flying Teapot è un concept album primo della trilogia The Radio Gnome Invisibile, a cui seguiranno Angel’s Egg e You.<br />
Non è il classico album progressive quello che ascoltiamo, ma si presenta più come uno scrigno che al suo interno racchiude space rock, psichedelia e free jazz tenuti insieme dalla follia di Allen che dirige questa “schizofrenica” compagnia di musicisti.<br />
L’album si apre con Radio Gnome Invisibile e già da qui possiamo capire dove vogliono andare a parare i Gong con questo lavoro.<br />
Si viene letteralmente trasportati nel loro mondo, nella loro mente, nei loro trip musicali, voci effettate, echi lontani, sonorità orientali e tanta, tanta follia.<br />
La ritmica è molto ben costruita e sostiene con brio, sassofoni, chitarre e sintetizzatori, sicuramente non è un album accessibile a tutti, ma una volta digerite alcune sonorità, vi assicuro che sarà difficile abbandonarli.<br />
La seconda traccia, “Flying Teapot”, una suite di 12 minuti all’insegna dello space rock e del free jazz: si apre con suoni psichedelici distanti che lasciano il campo al basso, davvero ben eseguito e d’effetto, su cui ruotano chitarra e soli di fiati. I loop melodici vengono usati in maniera impeccabile: non è da tutti usarli e non stancare. Chiude la suite un solo di percussioni alla Larks’ Tongues in Aspic per capirci.<br />
Segue “The Pot Head Pixies” terza traccia del lavoro, diciamo che mantiene una struttura strofa/ritornello/strofa cosa non molto comune in casa Gong. Complessivamente lineare salvo piccoli frammenti di “logica Gong” che la rendono divertente e frizzante.<br />
Con “The Octave Doctors &amp; The Crystal Machine” i sintetizzatori ci attraversano da parte a parte creando un effetto davvero stupendo e sognante, due minuti in cui Blake ci fa sentire che tutti servono alla messa delirante di casa Gong.<br />
Apertura struggente per la penultima traccia “Zero The Hero &amp; The Witch’s Spell”, chitarre aperte su di una sezione vocale che richiede disperatamente amore. <br />
Molto probabilmente il brano più vicino alle sonorità progressive canterburiane, continua il lavoro instancabile della sezione ritmica su cui si basa il solo di sax accentato da “schitarrate” dell’ottimo Hillage. La parte centrale è caratterizzata dagli “space whispers” di Gilli Smyth e nel finale d’effetto tornano le sonorità canterburiane con un loop davvero ben costruito.<br />
Con “l’orgasmica” “Witch’s Song/I Am Your Pussy” si chiude il viaggio immaginifico della Gong Family, un brano brillante nelle sue multiformi parti caratterizzato dal sax e dalle chitarre che accompagnano la voce “farneticante” del grande Allen.<br />
I Gong sono una band che lascia sgomenti…o li ami o li odi, sono un gruppo davvero unico, folle, divertente, controverso: con loro potreste usare tutti gli aggettivi più strani e molto probabilmente sarebbero tutti azzeccati.</div>

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			<category domain="http://www.unprogged.com/forumdisplay.php?f=63">Retrospettive</category>
			<dc:creator>Antonio Sarto</dc:creator>
			<guid isPermaLink="true">http://www.unprogged.com/showthread.php?t=6334</guid>
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