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Unprogged : progressive rock & metal / Articoli / Nuove Uscite / (Full / 200X) Future Is Tomorrow
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Fit to Die
Future Is Tomorrow
17/10/09
Dopo i Pathosray, che hanno ormai raggiunto una certa visibilità anche oltreoceano, accogliamo con piacere un’altra realtà made in Friuli che, nonostante sia sulla scena prog-metal dal 2003, soltanto adesso è riuscita ad approdare alla pubblicazione di un full-length che possa testimoniarne appieno le capacità artistiche già intraviste nei due precedenti EP.
Con “Fit to Die (Part One)” i Future Is Tomorrow affrontano un tema delicato e già ampiamente sfruttato in musica, quello della morte, ma lo fanno attraverso gli occhi del defunto stesso, che assiste al proprio funerale ed analizza con forte senso critico le varie figure sociali che partecipano alla funzione: un’analisi che viene tradotta in musica con un prog-power meno scontato del previsto, di buona intensità e piuttosto gradevole all’ascolto, grazie soprattutto ai riff granitici macinati dalla premiata ditta Snidaro-Furlanis e ad una sezione ritmica potente quanto basta.
Certo, il canovaccio è sempre quello, ma i Future Is Tomorrow dimostrano di aver imparato la lezione dalle migliori band europee, evitando accuratamente banali cavalcate di doppia-cassa od inutili sbrodolamenti virtuosi: si bada al sodo, fin dall’inizio, con la certezza di avere un frontman capace di assecondare al meglio il sound massiccio della band.
Massimo Bottiglieri è infatti il valore aggiunto dei FIT: ugola tecnicamente molto preparata, estensione notevole e buona capacità interpretativa sono le sue armi migliori, e non c’è spazio per orrendi falsetto o note prese per i capelli nel tentativo di strafare.
Tutto l’album gode di un discreto bilanciamento tra le parti soliste e quelle cantate, come nella opener dall’eloquente titolo “Dead”, dove i ritmi sono subito alti ed il prog melodico si mescola all’heavy/power e ad un mid-tempo davvero catchy : l’originalità scarseggia, ma quello che si ascolta è apprezzabile.
Anche “Another Soul” non si discosta dall’approccio arioso che i FIT utilizzano in tutto il platter: le tastiere stavolta acquistano forza nell’economia del pezzo, che nonostante la linearità di base offre linee vocali efficacissime ed un sapiente uso delle chitarre a livello ritmico.
Più posata è “Awakening Ghosts”, che offre la solita dose di melodia collocandola però in un’atmosfera più morbida, spezzata dagli interventi in growl di Alberto Da Rech (vocalist dei Delirium Ex Tremens), mentre le armonizzazioni di “All For You”, con un Bottiglieri sugli scudi ed il solito refrain accattivante, aggiungono interesse ad un brano comunque riuscito.
Non poteva mancare la ballad di turno (“Stories to Tell”) ma anche in questo caso i FIT, sfruttando le indubbie doti compositive ed una certa raffinatezza negli arrangiamenti, riescono ad evitare la noia: merito soprattutto dell’ottimo drumming di Fabio Tomba, che restituisce il giusto feeling al pezzo. Il combo friulano non ha bisogno di voli pindarici nè di partiture eccessivamente complesse per cogliere nel segno: la ricetta è quella tipica del prog-power di alto livello, che potrà far storcere il naso ai puristi ma che in questo caso trova il suo ambiente ideale, dato lo spiccato senso della melodia di cui la band è dotata e che, abbinato ad un riffing di matrice heavy che ben si abbina a questo tipo di proposta, permette ai FIT di fare un’ottima impressione.
E se il power, nella title-track, prende eccessivamente il sopravvento finendo col renderla poco incisiva, i due brani finali del disco accorrono in soccorso dell’ascoltatore offrendo addirittura liriche in latino (“Save Us, Source of Mercy”, epicheggiante e a tratti maestosa) ed una conclusione, quella di “The Day of Retribuition”, dove tutti si esprimono al meglio delle loro possibilità, dando vita ad undici minuti ricchi di varietà, nei quali cantato in growl, requiem per coro maschile e prog-metal si fondono in un trait’d’union inusuale quanto riuscito: dimostrazione ulteriore dei mezzi notevoli di cui la band friulana dispone.
Una proposta musicale schietta e diretta, nella quale l’immediatezza del power si incontra con la ricercatezza tipica di chi fa prog-metal, nella scia delle migliori band nostrane che di tale ricetta han fatto tesoro, come DGM, Athena o Vision Divine.
Certo, l'originalità langue e questo è un aspetto sul quale i FIT dovranno necessariamente lavorare per evitare un appiattimento che trascinerebbe la band nel grande calderone del prog-power, una sorta di limbo che Bottiglieri e compagni non meritano.
Da non trascurare il fatto che, nonostante si tratti di un album autoprodotto, il sound finale sia a livelli di assoluta professionalità: sapiente in tal senso il lavoro svolto da Luigi Stefanini ed i suoi prestigiosi New Sin Studio’s di Treviso, anche se avrei gradito una batteria più aggressiva.
Dare una chance a questi ragazzi credo sia d’obbligo, per premiare non soltanto la loro voglia di portare avanti un progetto musicale esistente ormai da sette anni, ma anche l’effettiva qualità che caratterizza questo full-length d’esordio. Adesso tocca alle labels.
Produzione
Autoproduzione
Distribuzione
Autodistribuzione
Anno
2009
Line-Up
Massimo Bottiglieri - voce
Michael Snidaro - chitarra, tastiere, cori
Fabio Tomba - batteria
Matteo Campo Dall'Orto - basso
Paolo Furlanis - chitarra

Alberto 'Ciardo' Da Rech - growl
Tracklist
1. Dead [Requiem Aeternam]
2. Another Soul [Kyrie]
3. Awakening The Ghosts
4. All For You [Dies Irae]
5. Stories To Tell [Tuba Mirum]
6. Fit To Die
7. Save Us, Source Of Mercy [Rex Tremendae]
8. The Day Of Retribution [Recordare]
Sul Web
SITO UFFICIALE
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CD BABY
  #1  
Ferruccio Battini | 07/11/09, 12:58
Mi permetto di aggiungere qui una esauriente esegesi dell'album, curata dalla mente dietro al progetto Future Is Tomorrow (nonché chitarrista e tastierista del gruppo), Michael Snidaro:

Fit to Die (part 1) - behind the scenes - cap. 1

Riporto qui parte di un post che si trova sul mio blog e sulla mia pagina di Facebook riguardo a "Fit to Die (part 1)", per poter descrivere al meglio il lavoro che c'è dietro questo album.
Sperando di avere la verve necessaria a scrivere anche i capitoli mancanti, attendo i vostri commenti!

Gadjet



Partiamo quindi dall'inizio: i Future Is Tomorrow nascono nel marzo 2003 con un intento fondamentale: fare heavy metal, farlo bene, farlo sentire a più persone possibili.

Fast forward all'agosto 2005: registrati due demo, cambiato cantante, fatto un buon numero di concerti in giro, insomma tutto bene; è quindi l'ora di tentare il grande salto, ovvero il Debut Album!

La motivazione c'è, il sogno è sempre vivo, gli ideali grandi, le prospettive ancora di più, anni ed anni di studio compositivo, arrangiativo e strumentale, più l'esperienza pregressa ci fanno sentire pronti per affrontare il lavoro che ci aspetta. Cominciamo quindi a sviscerare cronologicamente le varie fasi del progetto...


Capitolo 1: cosa dire

Sarò un idealista provinciale, ma ho sempre pensato che fare musica comporti delle responsabilità. Sia quando si registra un cd che quando si suona dal vivo, si manda un messaggio alle persone che ascoltano, e io penso di avere abbastanza argomentazioni da poter mandare messaggi interessanti. Il contenuto del disco è stata quindi la prima questione che abbiamo affrontato.

L'idea è partita da me, per la volontà di unire le mie due influenze musicali più profonde: il metal e la polifonia sacra. Con questo chiodo fisso in testa ho cominciato a pensare a che tematica si sarebbe potuta affrontare coerentemente con questo abbinamento.

Domanda:

Qual'è il tipo di opera che un coro può cantare e che ha già in sè un retrogusto metal?

Risposta:

Una messa da Requiem!

Domanda:

In che occasione si canta una messa da Requiem?

Risposta:

A un funerale.

Ah, la morte, tema così caro al metal... Le ragioni della ricorsività di questo argomento, affrontato dalle band fin dagli albori del genere, sono prettamente sociologiche, ma non credo che sia il caso di approfondire qui l'argomento. Per chi fosse interessato, su internet è possibile acquistare vari libri che affrontano l'heavy metal con un approccio psico-sociologico, scritti da docenti universitari americani che si sono presi la briga di studiare la subcultura (perchè di questo si tratta) metal senza troppi preconcetti. Ovviamente, nessuno di questi libri è mai stato tradotto in italiano, chissà perchè...

Pensando alla morte, il primo autore che viene in mente ad un metallaro rozzo e provinciale come me è Ugo Foscolo. Fin dai tempi delle superiori, il Foscolo mi ha sempre affascinato per il modo in cui ha trattato questa tematica (mi viene in mente in questo momento il sonetto "A Zacinto"). Per il poeta, la morte colpisce una persona solo quando viene a mancare presso i vivi il ricordo della persona stessa. Presa di posizione intrigante, oserei dire!

Nasce da qui l'esortazione a vivere una vita che valga la pena di essere ricordata, e l'arte rientra automaticamente fra gli strumenti che permettono di lasciare una tangibile eredità ai posteri.

Non è un caso che il gruppo si chiami "Future Is Tomorrow", questo nome è un invito a vivere al meglio delle proprie possibilità l'oggi, gustandone ogni momento positivo e negativo, per costruire un domani che, quando diventerà oggi, potrà essere gustato momento per momento, fino a quando sarà ora di togliere il disturbo.

Giunti a questo punto, abbiamo quindi la location in cui ambientare il cd, ovvero una cerimonia funebre. Il fatto di utilizzare un intero Requiem ovviamente rende impossibile fare tutto in una canzone sola, quindi giocoforza bisogna narrare una storia che si sviluppi lungo l'intero cd; si decide di comporre un concept album, nel quale il coro dia la scansione temporale della vicenda.

Questo elemento introduce un altro fattore intrigante: ci sono tutti i presupposti per rispettare le regole aristoteliche di tempo, luogo e azione. E' bello comporre un cd con i presupposti di una pièce teatrale! L'elemento visuale, di solito così trascurato (per ovvie ragioni) nella musica acquista improvvisamente una forte rilevanza, e si decide di tenerlo presente il più possibile durante la stesura dei brani.

Un altro dubbio a questo punto mi coglie.

Domanda:

Fra tutti i possibili testi in latino usati per le messe da Requiem, quale usare?

Risposta:

Si potrebbe offrire un piccolo tributo all'autore più "rock" della musica classica, ossia Mozart!

Domanda:

Di che testo si è servito Mozart?

Risposta:

Di quello scritto nel Duecento da Tommaso da Celano.

Domanda:

Di quante parti si compone la liturgia di Tommaso da Celano?

Risposta:

15!!!

Quindici brani sembrano veramente troppi per un cd, considerato anche il fatto che sarebbe opportuno tenere qualche pezzo senza il coro per non appesantire troppo il tutto.

Soluzione al problema: concept in due parti. La prima ora, la seconda a data da destinarsi.

Abbiamo fin qui una struttura di base, ora dobbiamo costruire una storia. Per quanto sia una soluzione abbastanza prevedibile, è funzionale che il protagonista della storia sia il protagonista del funerale, cioè il defunto.

Ipotizzando un risveglio dallo stato di morte a quello di coscienza metafisica (e quindi non di vita), il personaggio in questione può vedere quello che gli succede attorno e trarne delle valutazioni, anche in rapporto a quella che può essere la sua pregressa storia personale.

Nasce quindi il tema della prima canzone: il risveglio, o meglio il passaggio dalla morte alla non-morte (chi intravede i prodromi della costruzione di un quadrato semiotico ha, purtroppo, ragione).

La figura logisticamente più vicina al feretro è sicuramente il prete, ed è una figura alquanto interessante. Il prete è a modo suo un professionista della morte, celebrando funerali con una certa frequenza sarà inevitabilmente portato a vivere il dolore dei presenti con un certo distacco, come un medico o un impresario di pompe funebri. Dall'altro lato però il suo ruolo è quello di contestualizzare un evento così tragico incastonandolo nella visione religiosa/fideistica/dogmatica sua e dei presenti. Sorge quindi il dubbio: dopo un numero "x" di funerali, sarà possibile trovare nuovi strumenti per fare ciò? Ne dubito fortemente, e perchè poi ce ne dovrebbe essere la necessità, quando esistono già tutte le risposte preconfezionate?

Essendo italiani, nati e cresciuti in un "italianamente normale" contesto sociale, parliamo di religione cristiana. Io personalmente oscillo fra l'ateo e l'agnostico, ma adoro il confronto sulle tematiche religiose, soprattutto con i preti. Come esperto marketing, provo anche un profondo rispetto per l'organizzazione-chiesa e ritengo che l'attuale pontefice sia uno dei pochissimi veri statisti che ci siano al mondo in questo momento. Non condivido le scelte, ma rispetto e cerco di comprendere le persone e le metodologie attuali. Fine della divagazione.

Il tema della seconda canzone diventa quindi la figura del prete nel suo manierismo.

Guardando dalla bara verso il basso, le prime persone che si incontrano sono quelle sedute nelle prime file, in questo caso i parenti più prossimi. Il protagonista sta lasciando la vita terrena, quindi una serie di esperienze, di ricordi e di persone care. Il sentimento dominante in questa fase è sicuramente il dolore, e per la persona più vicina scegliamo la moglie del protagonista.

Il tema della terza canzone è quindi il modo di affrontare il momento tragico, ma soffermarsi su questo sarebbe riduttivo. Optiamo per un'analisi più approfondita, considerando il fatto che il tempo lenisce anche il dolore più acuto perchè, prosaicamente, "la vita continua". Queste parole possono sembrare vuote in certe circostanze, ma sono freddamente, dolorosamente reali.

Accanto alla moglie è seduto il fratello del protagonista nell'atto di consolare la vedova, ma il modo in cui le tiene la mano sembra sottintendere una compartecipazione al dolore che richiede una confidenza maggiore di quella che c'è fra cognati... Romanzando un po' la vicenda, decidiamo che il fratello ha sempre vissuto una vita nell'emulazione del defunto, ed evidentemente si prepara a sostituirsi a lui in futuro. Il ricordo, testimonianza ultima dell'esistenza di una persona, è messo a serio rischio.

Il protagonista si avvede di tutto questo, e per rendere al meglio l'intensità del momento il testo viene sdoppiato: la prima parte va dal morto alla moglie, la seconda dal fratello al morto, in un circolo dinamico di emozioni contrastanti.

Spostandosi geograficamente verso le ultime file della chiesa (quelle vicino all'uscita), troviamo una categoria intera di persone che abbiamo definito i "cazzeggianti". Hanno una conoscenza più superficiale del defunto e della sua famiglia, fanno presenzialismo perchè "sta bene" farsi vedere in società, intimamente se ne fregano del dolore delle persone maggiormente coinvolte ma si autoconvincono di stare ugualmente male, parlottano tra di loro commentando i presenti per i motivi più disparati: chi è seduto vicino a chi, com'è vestito, come si comporta, che vita ha condotto il defunto (le pecche della quale sono preferite), e chi più ne ha più ne metta.

Tema della quinta canzone sono quindi queste esecrabili figure.

Quanto detto finora viene osservato dal protagonista, che come detto precedentemente si trova in uno stato di non-morte che neppure lui può capire. Le sue emozioni sono logicamente fortissime, un vortice fuori controllo che spazia da un estremo all'altro.

La cosa che lo assilla di più in questo momento diventa la morte, alla quale appartiene pur non appartenendole. Le domande su cosa lo attende si fanno pressanti, i dubbi su cosa ha lasciato diventano dubbi sul suo futuro... ma si può parlare effettivamente di futuro? Tema del sesto pezzo: la morte.

All'altro estremo delle emozioni c'è la rassegnazione, la volontà di rimettere il proprio destino nelle mani di Dio, in modo da scongiurare il vuoto e il buio dai quali si è pseudo-risvegliato, quindi per par condicio dedichiamo una canzone anche al punto di vista religioso.

In questa fase di delirio interiore la follia lascia spazio alla serenità, alla comprensione dell'ineluttabilità degli eventi di fronte al ciclo naturale delle cose. Ma anche a questo punto, che si potrebbe definire di "illuminazione", i residui dei sentimenti umani scaldano il protagonista in modo diverso da quanto accaduto finora; improvvisamente e senza capirne il motivo, avviene il passaggio dalla non-morte alla non-vita! Amanti della semiotica, fregatevi le mani in segno di soddisfazione, il quadrato si sta compiendo!!!

Otto brani, una discreta quantità di tematiche sviluppate, sembra che abbiamo trovato il compromesso giusto per la mole di materiale da infilare nel cd. Ovviamente, la cronologia che ho posto non rispecchia l'ordine temporale di lavorazione dei testi: abbiamo spulciato correnti filosofiche e opere letterarie, e fatto lunghe riunioni creative. Un lavoretto del genere non si imbastisce di sicuro in un paio di giorni!

Per dare i giusti meriti alle giuste persone, bisogna dire che dopo che ho gettato il sasso sulle tematiche e l'impronta del cd, il concept è stato sviluppato oltre che da me, da Pablic (l'altro chitarrista) e da Grave (il batterista). Una volta deciso di cosa dovevano parlare i testi di tutte le canzoni, abbiamo dato carta bianca a Grave per la stesura degli stessi, e devo dire che per quella che è la mia opinione ha fatto un ottimo lavoro!

Riprendendo in mano la scansione temporale della vicenda da demandare al coro, decido di utilizzare le prime sei parti della messa da Requiem (Requiem, Kyrie, Dies Irae, Tuba Mirum, Rex Tremendae e Recordare) per inserirle nei brani, e di lasciarne due scoperti con funzione di "alleggerimento" dinamico del disco.

Scorrendo i testi, mi rendo conto della particolare lunghezza del Tuba Mirum e del Recordare, facendomi un appunto mentale sul fatto che comporre quei due pezzi porterà notevoli rogne...

...e dopo tutte queste elucubrazioni, è ora di passare a scrivere materialmente la musica... pronti per il capitolo 2?



Fit to Die (part 1) - behind the scenes - cap. 2


Giunti a questo punto (chi non sapesse di cosa sto parlando è pregato di leggere il capitolo 1) abbiamo una metal band e un coro. Beh, in realtà il coro ancora non c'è, ma di questo parlerò nel prossimo capitolo...

Ascoltando i vari cd heavy metal che sono usciti negli ultimi anni, è possibile notare come l'eventuale presenza del coro vada di pari passo con quella dell'orchestra, e ciò in fondo mi sembra quantomeno intuitivo. Battere la strada più semplice porterebbe ad un lavoro che poco potrebbe aggiungere al genere musicale, per cui opto per una scelta che non vuole essere originale, ma che possa dare una certa personalità alla nostra proposta: niente orchestra, solo sintetizzatori!
Ovviamente non abbiamo mai avuto un tastierista (stando al 2005), ma io ho dei trascorsi musicali (purtroppo e per fortuna) che mi hanno visto impegnato in questo ruolo, per cui decido di mettermi di buona lena e lavorare direttamente anche su questo versante.
La prima cosa a cui ho pensato prima di sedermi di fronte alla tastiera è stata un'intervista ad Arjen Lucassen che ho letto qualche anno fa, nella quale egli inveiva contro i gruppi che usano smaccatamente i suoni di preset; effettivamente, non posso che trovarmi d'accordo con lui, per cui mi impongo (sigh...) di riprendere in mano la teoria ed il funzionamento dei suoni di sintesi. Lunghe notti in bianco mi attendono...

Un altro problema ci si para davanti con una certa urgenza: l'assenza di una persona che possa suonare dal vivo le parti di tastiera impone che gli arrangiamenti per questo strumento siano “a perdere”, ovvero che le canzoni riescano a stare in piedi anche senza. Questo obiettivo è stato raggiunto, ma solo parzialmente, infatti lo spessore armonico dei pezzi è diventato tale da renderli molto scarni se suonati solo con chitarre, basso e batteria, e chiunque li abbia sentiti in live e poi sul cd può testimoniarlo. Lo stesso discorso va fatto anche per le parti di coro, ma in questa fase preferisco affrontare i problemi uno alla volta.

Essendo questo cd un concept album, rifletto sul fatto che in ogni buon concept si può trovare un tema musicale che ricorre, adeguatamente gestito, nelle varie canzoni, in modo da dare una certa uniformità all'intero disco. Un esempio che a mio avviso rappresenta l'eccellenza per questo aspetto è “V” dei Symphony X, nel quale il tema è di sei/sette note ed è nascosto in così tanti punti del cd che, nonostante l'abbia ascoltato uno sproposito di volte, non sono ancora certo di averli trovati tutti!
Il tema che ho scelto si compone di tre note: Sol, Fa e Lab. Assunto che la tonalità sia Sol min, risulta che l'ultima nota si trovi fuori scala. La sonorità che ne deriva è interessante, e piazzare la stessa nota fuori scala in diverse canzoni (ovviamente declinata all'occorrenza) diventa una piccola, simpatica sfida personale.
Riguardo alla durata dei brani ho fatto una scelta: uno dei vantaggi di suonare musica di stampo progressivo è dato dalla possibilità di prendersi tutto il tempo necessario per dire ciò che si deve dire, ragion per cui non mi sono posto paletti in tal senso, e il risutato si vede... 8 pezzi per un totale di 57 minuti!

Prima di analizzare nel dettaglio le singole canzoni, faccio un breve appunto sul mio metodo compositivo: fondamentalmente, non esiste.
Un pezzo può partire da una linea vocale (opzione che prediligo), da un riff di chitarra, da un'idea metodologica, da un mix di questi elementi, insomma da qualunque cosa. E' abbastanza raro che una canzone esca di getto dall'inizio alla fine (nel cd è successo solo due volte) mentre è più comune che vengano scritti vari momenti diversi del pezzo, che poi vanno assemblati.
Il momento in cui mi sento maggiormente ispirato è mentre sto guidando, per cui quando sono in fase compositiva vado in giro sempre con i testi dei pezzi appoggiati sul volante della mia auto (pratica decisamente da sconsigliare ), e cerco di canticchiarci sopra qualcosa. Appena vengo folgorato da un'idea interessante, tiro fuori il mio palmare e registro il tutto prima di dimenticarlo. Successivamente, quando riesco a mettere le mani su chitarra/tastiera/computer, traduco le bizzarre registrazioni in qualcosa di intelleggibile e, auspicabilmente, di suonabile.

Ciò detto, passo all'analisi delle diverse canzoni che compongono il cd premettendo che, come con i testi di cui al precedente capitolo, seguirò l'ordine in cui compaiono nel disco e non quello di composizione. L'intero processo ha portato via un anno e mezzo (fino a gennaio 2007), fra stesura dei testi, modifiche, composizione ed arrangiamento, limature, sgrezzature, versioni provvisorie, ancora modifiche, ecc..
In questa analisi cercherò anche di non essere eccessivamente tecnico ma di focalizzarmi più che altro sulle idee di fondo: nel prossimo sito dei Future Is Tomorrow potrete trovare un'analisi compositiva/armonica/fonica molto dettagliata dei pezzi più interessanti.
Ok, let's start:

1.Dead [Requiem Aeternam] soprannominata LA SLOGAPOLSI!
L'opener del cd è stata la penultima canzone che ho scritto, lo studio era già stato prenotato e il tempo cominciava a stringere (penso fosse l'autunno del 2006). Il primo pezzo di un album deve essere il più incisivo possibile, per cui necessita di un riff che sia d'effetto e facile da ricordare. Bene, per più di un anno non sono riuscito a scrivere un riff con queste caratteristiche!
Alla fine l'idea mi è venuta strimpellando la chitarra su un ponte di Mi min, che una volta raffinato è diventato l'elemento portante del brano. Il soprannome di questo pezzo è dovuto al fatto che per dare i giusti accenti dinamici ad un riff che alterna ottavi a sedicesimi, per di più ad un metronomo sostenuto, si avverte molto in fretta la sgradevole sensazione dell'acido lattico che comincia ad accumularsi sapidamente nell'avambraccio destro...
Per aumentare l'impatto della song, scelgo di piazzare delle pause molto violente sia alla fine dell'introduzione che all'inizio della seconda strofa, in modo da creare un repentino svuotamento della dinamica, altrimenti troppo alta ed uniforme.
Il coro viene relegato ad un piccolo spot di sei secondi (poi eliminato in fase di mixaggio), mentre il testo latino è recitato dalla mia voce (un attore nato...) in mezzo alla canzone.
Una piccola nota di colore: la parte più insidiosa da eseguire con la chitarra è la ripresa dell'introduzione dopo il bridge contrappuntato, infatti dopo aver suonato un loop tranquillo e cadenzato per un certo numero di volte, l'improvvisa accelerazione rende difficile riprodurre correttamente gli accenti del riff.

2.Another Soul [Kyrie]
Questo brano è sicuramente quello più compositivamente tormentato: scritto in una miriade di frammenti in diversi mesi, limato e rimaneggiato fino a pochi giorni prima di entrare in studio, non mi ha mai convinto completamente. Poi ho sentito il risultato finale ed ora è il mio preferito!
Aprono i bassi del coro, poi tenori, quindi i baritoni, in un piccolo tributo metodologico allo Jubilate Deo di Henk Badings. Il coro termina la sua introduzione risolvendo un accordo sospeso e lasciando lo spazio ad una sventolata di tapping in Do min.
Ricordo che quando ho portato per la prima volta in sala prove la prima parte di questa canzone, prima di suonarla mi sono cautelato concretizzando preventivamente le paure degli altri membri della band:
“Ragazzi, vi faccio sentire un'idea per un pezzo nuovo! Sì, Grave, è power... Sì, Pablic, è in tapping...”
Il riff successivo si rifà invece al concetto delle micromodulazioni di Ligeti, ovviamente declinato in un contesto squisitamente diatonico. La frase è suonata prima dalla mia chitarra, senza altri strumenti sotto; successivamente si inseriscono tutti, e la chitarra di Pablic suona una frase negativa, che sommandosi alla precedente frena lo scorrere del riff. Il senso di movimento si crea quindi solo tramite la differenza timbrica fra le due chitarre, effetto che si percepisce chiaramente ascoltando il pezzo in cuffia.
Dopo un certo numero di modulazioni abilmente nascoste con trucchi&artifici di varia foggia, si arriva ad una piccola parte strumentale (introdotta da uno squisito assolo di Pablic) di stampo prettamente metal-prog: una serie di accenti stoppati racchiusi in un pattern volutamente oscuro (in origine era più oscuro, ma sono state bocciate le battute dispari con i sedicesimi al denominatore), tirati avanti da tre arpeggiatori sovrapposti che portano gli altri strumenti ad un riff in 6/4 suonato tutto per ottavi. La prima scala di questo riff è una derivazione del modo iperlocrio (cioè ha una bizzarra quantità di intervalli minori), mentre la seconda è un dorico a tratti cromatizzato, che rispetto alla scala precedente sembra quasi un allegro modo maggiore!
A questo punto rientra trionfalmente il coro con il “Christe Eleison”, riguardo al quale riporto un'altra nota di colore. In questo punto del brano ci si trova in Mib maggiore, mentre la parte successiva è il ritornello, in Re minore. Per operare questa modulazione non troppo intuitiva mi sono seduto davanti allo spartito per svariate ore effettuando astrusi calcoli armonici; qualche minuto prima di perdere definitivamente il senno ho creato un mostruoso andamento per cui i tenori primi, i tenori secondi, i baritoni, i bassi, la voce del cantante, le chitarre (con il basso) e le tastiere seguono tutti una strada diversa (generando accordi dai nomi impronunciabili), che per di più dovrebbe pure risultare armonicamente corretta. Del delirante risultato vado particolarmente fiero, il mio sistema nervoso un po' meno...

3.Awakening the Ghosts
Nonostante la durata prossima ai nove minuti, questo è uno dei brani che è uscito di getto dalla mia mente in forma praticamente definitiva; l'unica modifica dell'ultimo minuto ha riguardato la linea vocale del ritornello con il relativo testo, che in prima stesura rappresentava un discreto scioglilingua.
L'inizio si basa su un riff cadenzato in Re min, e questa tonalità verrà abbandonata per il Mi min solamente nel bridge strumentale. In questa fase la mia idea è stata di ricreare un'atmosfera da colonna sonora cinematografica, ma con un suono di tastiera tipicamente “dance”. Per accentuare l'effetto della modulazione, il tema melodico ascende la prima volta suonando il terzo grado della scala in maggiore (retaggio della tonalità precedente), mentre la seconda volta lo propone correttamente in minore. Ciò fatto, è necessario un giro di accordi che riporti la tonalità in Re min, con un elemento che occulti questa funzione: questo elemento è rappresentato dall'unico assolo di tastiera del cd, che apre con un arpeggio in decimine di sedicesimi e chiude con una scala di sestine (e un notevole dolore alle dita per esercitarsi in un'esecuzione così veloce... in fondo non sono mica Tony McAlpine!).
Curiosità: purtroppo l'arrangiamento di tastiera alla fine della seconda strofa, che mi piaceva veramente tanto, è stato affossato in fase di mixaggio per dare più spazio alle voci.

4.All For You [Dies Irae]
Negli anni 50 c'era una regola base per il rock 'n roll: 3 minuti, 3 accordi. Io ho voluto fare un pezzo con tre accordi, ma di minuti ne dura più di sette! Ok, in realtà non ci sono solo tre accordi, ma neanche tanti di più...
Questa è stata la prima canzone su cui abbiamo lavorato; il riff portante doveva essere usato per “No One Cares”, il pezzo di chiusura del nostro secondo demo, ma non c'era verso di costruirci sopra qualcosa di soddisfacente. Alla fine Pablic si è occupato di comporre il finale del demo, e il riff scartato è tornato fuori qualche mese dopo in una nuova veste, che poi è finita sul cd.
La song è quasi interamente in Sol min, tranne la modulazione del ritornello finale, e avendo poco materiale armonico si basa quindi molto sulla variazione della dinamica. Ascoltando la prima strofa è possibile notare che basso e batteria suonano una cadenza costante sulle note di Sol, Mib e Fa, mentre la chitarra esegue un piccolo arpeggio sviluppando gli accordi e la tastiera si assesta su un pad per nulla invasivo. Nella seconda strofa la linea vocale si alza, le chitarre ricalcano la cadenza di basso e batteria e la tastiera suona un pad più “graffiante”, mentre dei campanelli sintetici riproducono l'arpeggio che prima suonava la chitarra.
Nella parte centrale, in cui il coro rientra, la dinamica si abbassa di nuovo e gli strumenti suonano gli stessi accordi di prima, ma con una piccola variazione: viene usata la scala minore armonica in senso ascendente e la minore naturale in senso discendente. Beh, alla fine, nulla di trascendentale.
Il pezzo si chiude con uno sfolgorante La maggiore, che si lega bene con il re minore con cui apre la canzone successiva. Per dirla tutta, un altro accordo per unire meglio questi due ci sarebbe voluto, ma non si può avere tutto...

5.Stories to Tell [Tuba Mirum]
Questo è il secondo pezzo del cd che mi si è materializzato in testa in veste praticamente definitiva, in un incredibile raptus di ispirazione.
Come accennato nel capitolo precedente, la lunghezza del testo in latino da far cantare al coro ha costituito un cruccio fino a che ho deciso di piazzarlo come introduzione e come finale, su una linea continua di ottavi che riesce ad utilizzare un sacco di parole in un tempo relativamente breve.
Il pezzo non modula mai e non ci sono particolari accorgimenti armonici, per cui mi soffermo solo su due aspetti dell'arrangiamento vocale. Prima dell'assolo abbiamo posizionato un vocalizzo su quella che sarà la linea vocale del Rex Tremendae, creando un richiamo al rovescio. Degno di nota è anche il “botta e risposta” delle voci nel bridge, che ci è costato un discreto esaurimento nervoso in fase di registrazione! Chissà come mai quando metto mano ad un arrangiamento vocale, le tracce tendono ad aumentare in modo spropositato...
Anche qui una nota di colore: se tendete l'orecchio, potrete sentire nel finale la voce del maestro del coro uscire dall'amalgama, mentre cerca di tirarsi dietro i tenori secondi.

6.Fit to Die
Grosso merito di questa canzone va a Pablic, che ha composto tutti i riff in tempi dispari e il giro armonico del ritornello. A tal proposito devo dire che Pablic ha sempre avuto un ottimo gusto sia per le melodie solistiche che per le ritmiche dispari, e in questo album ha svolto un lavoro egregio per entrambe!
Il mio lavoro qui è stato prevalentemente arrangiativo, con il fine di legare tutte le variazioni ritmiche in modo da nascondere il più possibile i tempi all'ascoltatore. Ciò fatto, ho scritto un po' di tempi pari (prevalentemente 6/4 per le strofe) e cantato un ritornello.
Il pezzo apre in 7/4, poi vira ad un 5/4 (che la batteria lega con frasi di due battute) e torna quindi in 7/4. Con la prima strofa si passa al 6/4, poi nuovamente in 7 per la ripresa dell'introduzione. A questo punto appare l'unico strumento analogico dell'intero cd: un pianoforte, che suona solitario per quattro battute ad un metronomo abbassato di 10 punti (vi sfido ad accorgervi della variazione!).
Si torna quindi alla strofa in 6/4, ad un'alternanza 6/4-4/4, poi al pre-ritornello in 7/4, per arrivare finalmente al ritornello. A tal proposito, mi sono voluto rifare ad un'idea applicata dai Threshold nella opener del loro album “Hypothetical”, in cui dopo un inizio “forte” si arriva ad un ritornello dalla dinamica molto più bassa. In Fit to Die il ritornello è prettamente acustico, e solo l'ultima volta che viene suonato entrano le chitarre distorte.

7.Save us, source of mercy [Rex Tremendae]
In origine questo pezzo aveva un ritornello in inglese, che era la traduzione del testo in latino, ma la linea vocale che mi era venuta in mente era un po' troppo sullo stile dei Gammaray, per cui ho preferito mantenere il ritornello in latino.
Per delle parole forti come quelle che Tommaso da Celano ha scritto per questa parte della liturgia voglio scrivere un pezzo che resti facilmente in testa a chi lo ascolta, e che dal vivo possa essere cantato anche dal pubblico. Il testo scritto da Grave è una preghiera molto delicata, per cui trovo che non ci sia nulla di meglio che valorizzarla con dei riff estremamente violenti!!!
La song apre direttamente sul ritornello, per poi lasciare spazio ad un riff veloce e partire con la prima strofa. La ritmica sottostante è più intricata di quello che sembra, almeno per la chitarra, e richiede una certa attenzione sull'andamento della pletrata, altrimenti si rischia di dover dare accenti forti pletrando verso l'alto. Non che non sia possibile, ma il suono che ne esce è diverso quel tanto che basta da essere percepibile e smorzare un po' gli accenti stessi.
Dopo il primo ritornello, la canzone modula dal Re min al Sol min (assolo di Pablic), quindi torna in Re min per una parte di melodie strumentali, per poi passare a Mi min (assolo mio) e tornare in Re min per la seconda strofa. Il ritornello viene quindi proposto dal coro in quello che vuole essere un altro piccolo tributo allo Jubilate Deo di Badings. In realtà l'autore olandese ha utilizzato una sovrapposizione di sincopi e controtempi in ¾ ottendendo una ritmica molto interessante, mentre io ho a disposizione un 4/4 in cui ovviamente questa soluzione suona in maniera molto diversa, sovrapponendo la sincope cantata dalle sezioni basse del coro ad un normale movimento sui tempi forti di quelle alte. Il coro propone quindi un La di dominante che permette la modulazione da Re min a Mi min, tonalità che chiude il pezzo.

8.The Day of Retribution [Recordare]
L'ultimo brano che ho scritto per il cd, quando praticamente non avevamo più tempo e l'entrata in studio era prossima. Fin dall'inizio del lavoro mi ero riproposto di chiudere l'album con una piccola suite, ma non avevo ancora avuto l'ispirazione giusta... poi sono stato a teatro e ho ascoltato per la prima volta un'opera che mi ha profondamente colpito: la sinfonia op.110a di Dmitri Shostakovich,
Questa canzone apre quindi con i primi secondi dell'opera riproposti con sintetizzatori al posto degli archi, per poi virare ad una lunga strofa arpeggiata. Superata questa fase si comincia ad entrare “nel vivo” con una successione fra voce pulita e voce growl (grazie Ciardo!!!) ed un falso ritornello che sfocia nell'assolo di chitarra. A questo punto finisce la prima parte del brano, con uno stop volutamente improvviso e la comparsa di suoni eterei e lancinanti, che accompagnano l'ingresso del coro. La tessitura corale è stata armonizzata in uno stile prettamente novecentesco, con accordi aperti e modulazioni continue. Il testo del Recordare era particolarmente lungo e non sono riuscito ad utilizzarlo tutto; potrà comunque servire come “reprise” per la seconda parte del concept.
Da un Do maggiore lasciato dal coro comincia la terza parte del brano, che vede l'anticipazione della linea vocale eseguita da archi sintetici, con un controcanto per corno (sempre sintetico) in stile volutamente orchestrale. Finalmente, dopo circa sette minuti e mezzo, compare il ritornello, seguito da una strofa arpeggiata e di nuovo dall'ultimo ritornello. La versione “metal” della sinfonia di Shostakovich chiude canzone e album, lasciando che l'interruzione dell'ultimo accordo riecheggi nell'aria in attesa di sentire come finirà la storia...
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