Senza Nome dice
La qualsiasi scelta di un nome è una limitazione. Solo la scelta consapevole di non sceglierne uno può essere coerente fino in fondo.
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Con questo motto si presentano i Senza Nome, formazione romana ultimamente attivissima in ambito live che porta avanti la bandiera della fusione della follia strumentale del progressive anni '70 e la scanzonata malinconia del cantautorato italiano (vedi alla voce Fabrizio De André). Il risultato di tale sincretismo possiamo ammirarlo con il debutto omonimo, prodotto e curato egregiamente dal tastierista Stefano Onorati. "Illusioni di un'anima lontana" è la prima delle suite dell'album, sezionata in modo hegeliano tra "Tesi", una opener a dir poco sinfonica dove dolci arpeggi e intrecci di chitarre elettriche in braccio a Mirko Mazza e sintetizzatori donano calma e serenità alle orecchie, "Antitesi", la feroce sezione strumentale che porta alla nostra mente grandissimi del prog italiano settantiano quali Banco del Mutuo Soccorso e Area, e per chiudere "Sintesi", una più allegra rivisitazione a tratti reggae dei temi precedenti. Già a questo punto stupisce la grande maturità del quintetto. Continuiamo però il nostro viaggio con "Passi", una toccante ballad dai toni dolci, capaci di integrare con sé parti recitate. In "Tumore", dal titolo scarsamente rassicurante, la band riesce a mostrare tutto il potenziale tecnico e l'ecletticità di cui sono capaci, partendo da sezioni sinfoniche, passando per funambolismi mai fini a se stessi e sospensioni da brivido. "Non sono mai esistito" è un blues sfacciato e movimentato, con una marcia in più: gli arrangiamenti intrecciati tra gli accordi cadenzati della chitarra e le armonie vocali azzeccatissime. Un mare calmo e una armonica spensierata aprono la seconda suite intitolata "Ulisse", brano dall'umore musicale mutevole dove nel mezzo regnano le visioni fluttuanti del Moog Prodigy del buon Onorati, con la voce narrante di Fabrizio Rinaldi a raccontare i canti del sommo Dante. Una traccia totalmente inaspettata è "Si La Do". Il testo si presenta sotto forma di spartito da solfeggiare: una volta decifrato farà sicuramente scappare qualche risata. Come nella tradizione di Elio e Le Storie Tese, un brano orchestrato egregiamente con un testo decisamente divertente, corredato di un video altrettanto esilarante grazie alle immagini "piero-pornografiche"... Nota di merito in particolare ad Emanuele De Marzi, in grado di sfoggiare una varietà espressiva indubbiamente figlia delle passate esperienze sperimentali del compianto Demetrio Stratos. Il viaggio si conclude con la tenera e soffusa strumentale "Sopra A Un Pensiero", mezzo di locomozione che ci trasporta in lidi lontani e ancora inesplorati.
Sicuramente il nome del quintetto è assente, ma la loro bravura non lo è. Davvero da seguire.